Lingua e poesia di un’antica cultura da salvare The language and poetry of an ancient culture to be saved

23 Giu Nessun commento eddy base

Tipote ànthropo, tipote lòghia.
Nessun uomo, nessuna parola.
No man, no speech.

Il greco di Calabria che ancora oggi resiste sull’Aspromonte
Meridionale è stato, potremmo dire
nell’ultimo millennio, una lingua essenzialmente
orale. Sicuramente un uso circoscritto al mondo subalterno
contadino e pastorale ne ha limitato la versatilità
ed il vocabolario. Dalla caduta del Tema tis
Calavrias al XX secolo non si può, verosimilmente,
affermare che sia esistita una tradizione storica
scritta del greco di Calabria a parte alcune rilevanti
ma isolate eccezioni come quella di Antonio De
Marco del 1600, “scoperta” in tempi recenti dal
Franco Mosino. Fra il XIX ed il XX secolo la lingua
ha ripreso ad essere anche tra/scritta ma utilizzando
caratteri latini data la collocazione della minoranza
in area italiana. Tutti questi sono problemi naturalmente
da categorie sociali alfabetizzate e che l’area
rurale ellenofona, di cultura orale, non si è posta per
secoli. Certo, il riaccendersi in tempi recenti, di rapporti
culturali con la madrepatria linguistica se da
una parte ha incoraggiato la resistenza dei greci di
Calabria dall’altra ha in ogni caso posto il problema
della comunicazione e, conseguentemente, dell’alfabeto.
Di fronte ad una lingua fortemente in crisi si pongono
alcuni importanti problemi di scenario anche in
virtù della recentissima (e forse un po’ tardiva) legge
di tutela delle minoranze linguistiche italiane.
Si riuscirà ad insegnare il greco di Calabria nelle
scuole? Ed accanto ad esso bisognerà insegnare anche
il neogreco per dare una prospettiva più ampia alle
antiche radici? Sono due domande fondamentali e di
difficile risposta ma che contengono alcune delle prospettive
di salvezza per la lingua. Tutte le altre riguardano il mondo economico. Senza alcun progetto di sviluppo sostenibile per
le aree interne esse saranno oggetto di definitivo svuotamento: tipote ànthropo,
tipote lòghia (nessun uomo, nessuna parola).
Dalla poesìa contadina ad una nuova voce ellenofona
Un mondo contadino e pastorale legato ad una cultura trasmessa oralmente
non ha potuto lasciare molte testimonianze scritte. Essenzialmente le voci ellenofone
sono state più trascritte che scritte. Come il caso dei folcloristi italiani
“a caccia” di canti popolari anche fra i greci di Calabria nel XIX secolo.
Nel XX secolo, la diffusione dell’alfabetizzazione ha fatto sì che alcuni poeti
del mondo contadino abbiano in qualche modo potuto lasciare una traccia della
loro voce. Senza dubbio si tratta di testi inconfondibilmente legati ad una
matrice “orale”, a ciò che anche in area ellenofona si definiva il puesiare ciò
il creare estemporaneamente, a braccio forme poetiche secondo i canoni tradizionali.
Questa traccia pastorale e contadina si legge grossomodo nelle voci
più importanti della poesia tradizionale grecanica: Bruno Casile, Mastr’Angelo
Maesano, gli stessi fratelli Siviglia.
Diverso il caso di Salvino Nucera. Per quanto anch’egli provenga da un
mondo profondamente popolare si tratta di un autore che ha avuto l’opportunità
di compiere studi letterari e di eleborare un proprio percorso in un ambito
direttamente “scritto”. Di natura senz’altro letteraria, a tratti intellettuale (nel
senso migliore del termine), è l’esperienza di questo scrittore che rappresenta
oggi, fuori dal panorama del puesiare contadino, la voce più alta della scrittura
in greco di Calabria.
Poeti greco-calabri del ‘900
Bruno Casile (Bova 1923 – 1998)
Bruno Casile deve parte della sua notorietà alla “scoperta” della sua poesia
“contadina” ad opera di Pasolini. Era un uomo schivo tanto da parere scontroso.
In realtà la sua riservatezza montanara legata ad un modo viscerale di
vivere i luoghi e la terra di appartenenza si trovano alla radice delle sua esperienza
di poeta popolare. Nei versi che seguono l’esaltazione sentimentale di
un semplice cosmo rurale profondamente amato bene riflettono la figura di
Casile.
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I manamu mu gapai Mia mamma mi ama
mu gapai, mu gapai mi ama, mi ama
jatì an da pediati perché dei suoi bambini
egò imme i protinì io sono la più grande
O ciùrimu mu gapai, Mio padre mi ama
mu gapai, mu gapai mi ama, mi ama
jatì egò sto spiti perché in casa
canno panda ticandì faccio sempre qualcosa
O pappùmmu mu gapai Mio nonno mi ama
mu gapai, mu gapai mi ama, mi ama
jatì tu ferro panda perché gli porto sempre
mmia llampa zze crasì un bicchiere di vino

I pudda mu gapai La gallina mi ama
mu gapai, mu gapai, mi ama, mi ama
jatì catha mera perché ogni giorno
egò ti ddonno to faghì le do da mangiare
I scidda mu gapai La cagna mi ama
mu gapai, mu gapai mi ama, mi ama
jatì otu o cosmo perché così il mondo
tis tin ècame ti zzichì ha creato il suo animo
I gadara mu gapai, L’asina mi ama,
mu gapai, mu gapai, mi ama, mi ama
jatì ti donno ja na fai perché le do da mangiare
catha mera pleo poddì. ogni giorno di più

Mastr’Angelo Maesano (Roghudi Vecchio 1915 – Roghudi Nuovo 2000)
Splendido, carismatico personaggio di emblematica saggezza antica,
Mastr’Angelo Maesano ha saputo spesso coniugare la limpida semplicità dei
suoi versi ad un vissuto tante volte drammatico legato all’esperienza della
guerra e del campo di concentramento ed alle sorti del suo paese, Roghùdi. Il
soprannome di Mastro che lo ha accompagnato tutta la vita si deve alla professione
artigiana di muratore. Musicista e raffinato cantante della tradizionale
traguda sulla ciaramedda, Mastr’Angelo è rimasto sino all’ultimo un mite
ma deciso testimone della grecità calabrese.
Agostino Siviglia (Chorìo di Roghudi 1934)
Simile al fratello Salvatore, anch’egli poeta popolare, nell’orgogliosa difesa
della cultura d’appartenenza, Agostino Siviglia rappresenta una sincera voce
di nostalgia per un cosmo arcaico infranto dalla “deportazione” degli abitanti
di Roghudi e di Chorìo nel nuovo sito nei pressi di Melito.
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Calabria dìkimu ti ìsso addimonimèni Calabria mia che sei dimenticata
andi Europa ìsso cipùri d’Europa eri il giardino
athìsse mia forà kàtha domàdi fiorivi una volta a settimana
ciòla to chùma èkanne addùri anche la terra profumava
ma i àthropi ti èchome sti Roma ma quelli che abbiamo a Roma
se afìkai na pethànnise àsce pìna ti hanno lasciata morire di fame
Ecìtte apàno kanè se canunài Di là sopra nessuno ti guarda
iatì èchusi iomàti ti cilìa. che hanno già la pancia piena
Ciuma pos ène ènan àthropo palèo dormi come fa un vecchio
ti èrkete kanè ti se asciunnài perché nessuno verrà a svegliarti
An èchise pìna sire tin currìa Se avrai fame stringi la cinghia
ti èrkete i òra ti o ìlgio èchi na pettòi che arriva l’ora quando il sole dovrà levarsi
Pis èkame zimìa èchi na clèi chi avrà fatto danni dovrà piangere
iatì ciòla o Christò mas afudài perché anche Cristo ci aiuterà
I pudda mu gapai La gallina mi ama
mu gapai, mu gapai, mi ama, mi ama
jatì catha mera perché ogni giorno
egò ti ddonno to faghì le do da mangiare
I scidda mu gapai La cagna mi ama
mu gapai, mu gapai mi ama, mi ama
jatì otu o cosmo perché così il mondo
tis tin ècame ti zzichì ha creato il suo animo
I gadara mu gapai, L’asina mi ama,
mu gapai, mu gapai, mi ama, mi ama
jatì ti donno ja na fai perché le do da mangiare
catha mera pleo poddì. ogni giorno di più
Ghorìo dicòmmu Paese mio
pos eienàstise palèo come ti sei fatto vecchio
glossa dichìmu lingua mia
plèo den tragudào più non canto

Thorò to spìti Vedo la casa
ti einasti palèo ch’è diventata vecchia
ciòla t’ambeli la vigna pure
ti eienàsti ghierondàro. che s’è appassita
Condoferro apìsso Ritorno indietro
ce clònda pào jatì e vado piangendo perché
tin màna den eho plèo. la mamma non ho più
Ce essà filisa, paracalò E voi amici, per favore
mi fighite appòde ando horìo non fuggite il mio paese
Mathete tin glossa ton pedìo Insegnate la lingua ai bambini
jatì imme palèo ce egò pào. ch’io sono vecchio e passato oramai
Salvino Nucera (Chorìo di Roghudi 1953)
A Salvino Nucera si deve un innovativo ampliamento degli orizzonti compositivi
con un percorso che tenta di coniugare una lingua molto arcaica, dall’aspro
e, talvolta, ristretto bagaglio lessicale con nuove esigenze espressive.
Nascono così alcune raccolte poetiche come Agapao na graspo(Amo scrivere)
ed il più recente Chimàrri (Rivoli). Sempre a Salvino Nucera si deve il primo
romanzo in greco di Calabria Chalonero.
Struggente la lirica che segue sull’addio estremo.
Irthe i ora È giunta l’ora
na choristò, fili del commiato, amici.
Tipote daclia. Nessuna lacrima
Mi arotate pu pao: Non chiedete dove andrò:
den to scero. non lo so.
Den perro tipote methemu Non porterò nulla con me.
Afinno ston kerò Lascerò al tempo
ta onira charratimena. sogni dispersi.
I agapi ja ti zoì L’amore per la vita
manachì meni. solo rimane.
Pucambù vjenni Da qualche parte spunterà
en’asteri lamburistò. una stella lucente.
Di taglio marcatamente letterario ed in un’ambito di sperimentazione la collaborazione
con il non ellenofono Ettore Castagna che ha sortito il particolare
percorso di Sette Canzoni Orientali dal quale proponiamo una lirica sul tema
della lontananza e del contraddittorio rapporto con la terra d’appartenenza.
Middalo pricìo ene to chumama La nostra terra è una mandorla amara
den to scerome na ghirìzome to addismònima senza saperlo ne cerchiamo l’oblio
Addazi culùri i arghidda tu kerù Muta colore l’argilla del tempo
asce màstora cosmico ftiamèni tornita da un vasaio cosmico
Middalo glicìo ene to chumama La nostra terra è una mandorla dolce
ena mmeli ti thorùme stin imera un miele che ritroviamo nel giorno
Icòne ti den nnorìzonde èchusi t’astra Le stelle hanno disegni inconoscibili
mènume crimmèni sce merìe macrìe rimaniamo acquattati in luoghi lontani