Natura e sentieri nella vallata dell’Amendolea – Nature and the trails of the Amendolea valley.

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Natura e sentieri nella vallata dell’Amendolea – Nature and the trails of the Amendolea valley.

natura e sentieri area grecanica
“È una bellezza di pura geologia, di conformazione
del terreno e di storia della terra, che ha il ricordo di un
cosmo operante, dei geli delle epoche remote, degli oceani
che lambiscono le cime dei monti e ritirandosi hanno
scavato terrazze… è la stessa natura che prende atteggiamento
d’architettura, l’opera dell’uomo che fa tutt’uno
con essa; quello che attraverso terremoti, alluvioni, franamenti,
ha resistito, natura, roccia, pietra, albero, uomo”.
(Corrado Alvaro, Itinerario italiano, 1933)
La descrizione di Alvaro è una delle più calzanti su
questa montagna e quindi sull’area grecanica che ne
è parte integrante. L’elemento minerale (rocce, pietre,
frane e financo i corsi d’acqua, le fiumare, che sono
fiumi di pietra) è dominante e su di esso si radica con
tenacia il mondo vegetale (boschi, praterie, pascoli,
garighe, stagni) e quello umano (paesi, insediamenti
turistici, ovili, carbonaie, coltivi).

L’Aspromonte

In quest’ultimo lembo del continente europeo la natura
è singolare e ciò deriva dal contrasto di una montagna
con rilievi che arrivano a sfiorare i 2000 metri e
con il mare che la circonda quasi come fosse un’isola.
Vi sono perciò ambienti prettamente montani e a tratti
alpini ma a brevissima distanza dal mare, per un’estensione
di 3200 chilometri quadrati con una varietà
di ecosistemi e di habitat estremamente eterogenei, con
una ricchezza di flora e fauna davvero invidiabile e unica
rappresentando un vero inno alla biodiversità.
Geologicamente l’Aspromonte fa parte del massiccio
calabro-peloritano ed è uno dei territori più antichi
della penisola. Esso infatti iniziò a trasformarsi quando
gran parte dell’Italia, comprese le Alpi, era coperta
Bergamotto
dal mare. La sua struttura granitico-cristallina è atipica rispetto a quella delle formazioni vicine ma – massima
curiosità – assai simile a quella di alcune zone delle Alpi e di parte della Corsica e della Sardegna. Così, forse, la
somiglianza con le Alpi potrebbe indurre a vedere nell’Aspromonte una sorta di riproduzione delle vette e dei crinali
alpini. Invece, niente di tutto ciò. La morfologia della montagna reggina è caratterizzata da forme addolcite
da altipiani e da vasti gradini che si succedono via via verso il basso, formando ampie distese pianeggianti sulla
costa del monte come degli immensi balconi che si affacciano sul mare. Viste dal largo, queste terrazze offrono
un netto profilo orizzontale pressoché regolare e rappresentano un fenomeno quasi unico nei paesaggi montani.
L’impalcatura orografica dell’Aspromonte, la cui forma può richiamare alla mente quella di un cono, è fortemente
incisa dalle fiumare, corsi d’acqua a regime torrentizio e senza sorgente, che data la brevità del loro percorso e
l’accentuata pendenza hanno una notevole capacità di erosione. La parte più prossima alla foce è una distesa ampissima
di sabbia, ciottoli e ghiaia calcinata dal sole mentre più a monte la furia delle acque invernali, costrette a
scorrere in gole anguste, ha creato profondi valloni, veri e propri canyons, che racchiudono aree selvagge e integre.
paesaggio calabrese
Dal punto di vista climatico in Aspromonte si riscontrano accentuate differenze non solo tra le aree interne e le aree
costiere (il litorale tra Capo d’Armi e Capo Spartivento è una delle aree più aride d’Italia), ma anche tra il versante
jonico ed il versante tirrenico dato che le precipitazioni cadono soprattutto sulla parte occidentale del massiccio.

Natura e uomo in Aspromonte: un rapporto difficile.

L’etimologia del suo nome (di origine francese ed introdotto dai Normanni) individua pertanto la sua caratteristica
più saliente: l’asperità e perciò la sua inaccessibilità. Ciò non deve però far credere che la montagna sia
stata di ostacolo alle comunicazioni bensì luogo di transito e fonte vitale di sostentamento. I segni della presenza
umana anche alle quote più elevate e nei luoghi ora meno accessibili sono infatti numerosi e antichi. L’estrazione
della pece utilizzata nell’industria cantieristica, in enologia e in medicina risale all’epoca romana e prosegue sino
al sec. XVIII; la viabilità antica che, nel collegare le colonie magno-greche dello Jonio al Tirreno, valicava in
più punti la dorsale appenninica ed era supportata in alta quota da diversi siti fortificati; il commercio della neve,

attivo sino alla fine del 1800, che durante i mesi estivi
vedeva carovane di muli scendere dalla montagna e
trasportare sulla costa tonnellate di neve; la produzione
di carbone, l’utilizzo di boschi e pascoli, ecc.
L’impatto di tale utilizzazione, in epoca antica, fu
tuttavia relativo grazie ad una popolazione esigua, ma
con l’intenso sviluppo demografico avviato nel Cinquecento
e ripreso nel Settecento la pressione sul territorio
aumentò considerevolmente. Si scatenò quindi
la tragica lotta dell’uomo con la natura alla ricerca di
terre da coltivare o di pascoli da offrire al bestiame.
Una corona d’insediamenti cinse i fianchi delle montagne
ed intorno ad essi le popolazioni eliminarono
drasticamente i boschi, spesso col fuoco, innescando
un dissesto idrogeologico che fu poi acuito dai tagli
industriali condotti nel secondo dopoguerra.
Ma ancora oggi è notevole la pressione dei bovini
lasciati pascolare in stato semibrado il cui continuo
morso costringe, per esempio, essenze arboree come
il leccio a vegetare in forma di cespuglio ed in generale
impedisce la rinnovazione. Ancora più radicale
è l’effetto del pascolo caprino condotto anche dentro
il bosco.
Solo negli anni ’60 del secolo scorso iniziò un’intensa
attività di rimboschimento per opera dell’autorità
forestale che rallentò i gravi fenomeni franosi ma
non pose attenzione alla ricostituzione dell’ambiente
naturale originario.
Gli interventi furono infatti realizzati quasi esclusivamente
con conifere che dopo decenni dall’impianto
non sono state diradate (vedi i Piani di Bova). Vi
sono quindi boschi fittissimi, soprattutto pinete, che
si possono definire un deserto arboreo. Il sottobosco è
inesistente; il suolo è coperto da una spessa coltre di
aghi che lo rende acidissimo; gli alberi, stressati dalla
forte competizione, sono deboli e quindi soggetti ai
danni da neve e sensibili alle infestazioni di parassiti
come la processionaria.
Dannosa per la salvaguardia di alcuni degli habitat
è stata inoltre la messa a dimora di alberi anche
in terreni dove non vi era alcun rischio di erosione.
Spazi aperti quali praterie, radure, superfici destinate
a pascolo sono state coperte dai soliti pini cancellando
ambienti importanti nella conservazione della biodiversità
complessiva dell’ambiente e significativi elementi
della varietà del paesaggio.
Infine, e siamo ai giorni nostri, la creazione del Parco
Nazionale dell’Aspromonte è il tentativo di tutelare
questa montagna e quindi le emergenze floristiche
e faunistiche che essa racchiude. Parco Nazionale dell’Aspromonte

.
L’area grecanica è per gran parte inclusa nel Parco Nazionale dell’Aspromonte e ciò è indicativo dell’unicità
degli ambienti che essa ancora racchiude. Il Parco ha alle spalle una lunga storia. In questa imponente e singolare
montagna era stata già creata nel 1968 un’area protetta: si trattava di una delle tre sezioni del Parco Nazionale
della Calabria (le altre ricadevano in Sila). Tuttavia per l’esiguità dell’area (appena 3.000 ha) e la frammentarietà
della gestione non aveva inciso in modo rilevante sulla protezione dell’intero massiccio che comprende gran
parte della provincia di Reggio Calabria. Negli ultimi anni invece le pressioni di associazioni ambientaliste ed
escursionistiche, la sensibilità di alcuni politici calabresi e il sempre maggiore afflusso di escursionisti hanno
fatto sì che l’Aspromonte venisse incluso tra i Parchi Nazionali da istituire. Ed infatti il D.P.R. del 14.01.1994 ne
sancì la nascita perimetrando circa 65.000 ha di territorio ricadenti in 37 comuni con una quota altimetrica che
va dagli 800 m ai 1956 m

 

La vallata della fiumara Amendolea.

Lambita a sud dal mare Ionio per un’ampia fascia costiera la vallata risale sinuosamente ma con direzione nord
l’Aspromonte scavando una profonda incisione che giunge a lambire le pendici del Montalto, cima più elevata
del massiccio e dalla quale hanno origine le sorgenti della fiumara Amendolea.
Estremamente variabile è la vegetazione. Colpisce il verde scuro dei boschi, delle umide faggete e delle solari pinete,
che l’ammantano nelle quote più elevate. Questo poi esplode nelle fioriture policrome della macchia mediterranea che
ne riveste le pendici. A partire quindi dalle quote più alte e scendendo sino a giungere al livello del mare troviamo, in una
schematica esemplificazione, pinete di pino calabro, faggete e formazioni boschive minori tra cui abete bianco, pioppo e
noce, castagno, querceti a foglia caduca, lecceti e macchia mediterranea. L’abete bianco è una presenza importante sia per
le elevate produzioni legnose che per essere un ecotipo dimostratosi resistente all’effetto delle piogge acide. Il pino calabro
è una specie longeva che può superare i quattro secoli di vita, raggiungendo dimensioni enormi, come testimoniano diversi
esemplari mutilati dai fulmini. Presenza costante è il faggio che copre le pendici sino alle quote più elevate. Il castagno
è un elemento importante dell’area grecanica. La sua coltivazione ha tradizioni molto antiche in quanto sia quello da

 

frutto sia quello allevato allo stato ceduo hanno rappresentato
una notevole fonte integrativa di reddito e di sopravvivenza
delle popolazioni delle aree interne. Negli ultimi
decenni l’abbandono dovuto all’esodo dalle campagne, la
ridotta richiesta dei prodotti e l’insediamento di un temibile
fungo parassita hanno provocato un graduale ma imponente
degrado dei castaneti su cui è in atto un’opera di
recupero. Nella stessa fascia vegetazionale, nella famiglia
delle querce caducifoglie, sono presenti boschi di farnia e
farnetto, foreste di cerro e nuclei di rovere. Prima di lasciare
gli ambienti boschivi si deve ricordare la presenza dei
funghi che, oltre ad essere una componente fondamentale
dell’ecosistema, costituiscono un’integrazione di reddito
per diverse famiglie. Avvicinandosi alla costa incontriamo
la macchia mediterranea con, nei valloni ombrosi e scoscesi,
fitti boschi di leccio. A queste specie si accompagnano
spesso la roverella, l’olmo, l’acero campestre, l’orniello,
il carpino, ecc. Nelle zone più aride è da segnalare il pino
d’Aleppo. Nelle zone collinari e nelle bassure vegetano
arbusti molto resistenti all’aridità e ai venti (cisto, lentisco,
mirto, erica, ginestra, ecc.). I bianchi greti delle fiumare
poi si colorano delle fioriture bianche e rosa degli oleandri
e del verde delle tamerici. Negli ambienti aridi della collina
vegeta l’erica arborea, pianta sempreverde alta anche
parecchi metri. Dalla radice di questa pianta si ricava il
“ciocco” da cui, dopo alcuni processi di lavorazione, si ottengono
pipe di ottima qualità. L’erica dell’Aspromonte è
infatti molto richiesta presso le più importanti fabbriche di
pipe italiane e inglesi per la sua “fiamma” (venatura) molto
fitta e pertanto pregiata. Appariscente col giallo vivo dei
suoi fiori è la ginestra che a primavera riempie di colore i
pendii più scoscesi arrampicandosi sino ai mille metri di
altezza. I rami, robustissimi, contengono fibre che, separate
per macerazione, divengono materia tessile, utilizzata
nel passato per la preparazione di rustici tessuti. Tra le tante
rarità botaniche presenti nell’area si può citare la Pteris
longifolia. Una felce che costituisce un tipico esempio di
flora del Terziario. È una pianta dalle fronde alte fino a due
metri che cresce spontanea in alcuni isolati valloni. Vedere
le ampie foglie frastagliate nel suo ambiente umido e ombroso,
lungo alcuni corsi d’acqua, dà un’idea di quello che
doveva essere il paesaggio in epoche antichissime. Altra
rarità è un piccolo bosco di ginepro licio presente lungo la
sponda sinistra della fiumara Amendolea, nei pressi della
foce, sparuta testimonianza della vegetazione forestale
che in passato ricopriva queste colline argillose. La specie
era nota alle locali popolazioni ellenofone con il nome di
cletho o clecaro, che la utilizzavano nella fabbricazione
di travi per la costruzione di tetti e solai sfruttando le pregevoli
caratteristiche tecnologiche del legno. Ancora oggi

 

nel territorio di Bova è possibile vedere antiche costruzioni con travature di ginepro che si presentano perfettamente integre.
Colpiscono le modeste dimensioni degli alberi (massimo 8 metri) ma con un’età stimata di circa 200 anni.
Anche se si tratta di colture agrarie si devono infine citare alcune specie tipiche dell’area dell’Amendolea: il
gelsomino ed il bergamotto. È infatti ancora possibile inebriarsi al dolce e intenso profumo del fiore del gelsomino,
utilizzato dall’industria profumiera. Nella stessa area è coltivato il bergamotto. La produzione mondiale
di questo agrume è concentrata quasi totalmente in questa ristretta fascia di terra. Il prodotto principale che si
ottiene dai frutti è l’olio essenziale, utilizzato come componente fondamentale di numerosi profumi.
La diversità degli ambienti che caratterizza l’area grecanica consente la presenza di una fauna altrettanto
varia. Le specie che ne popolano il territorio sono, tuttavia, una sparuta testimonianza di quelle presenti in
epoca preistorica, quando un unico mantello boscoso ricopriva questo territorio offrendo riparo a molti animali
selvatici. Ma si può collocare in epoche più recenti la scomparsa di animali unici quali l’orso o il cervo. A partire
dalla seconda metà dell’Ottocento, infatti, la bonifica delle vaste aree paludose presenti lungo l’orlo costiero, il

 

disboscamento perpetrato con metodi intensivi e la sempre maggiore urbanizzazione hanno tolto spazio vitale
alla fauna. A questo va ad aggiungersi un’attività venatoria intensa e spesso praticata senza il rispetto delle leggi
e di criteri scientifici. Tuttavia negli ultimi anni la creazione del Parco Nazionale dell’Aspromonte ha offerto alla
fauna numerosi ambienti dove riprendere i propri cicli vitali. È nei boschi montani che vive gran parte della fauna
a cominciare dal lupo. Animale elusivo è stato oggetto di caccia e persecuzione. Il cinghiale è il re della macchia
muovendosi agile in ambienti con vegetazione intricata ed impenetrabile all’uomo. La sua diffusione è ampia
e, a causa delle continue immissioni scriteriate, arreca seri danni alle colture. All’opposto è la situazione della
lepre italica fatta oggetto d’intensa caccia mentre abbondante grazie alle introduzioni è la lepre europea. Il gatto
selvatico, anche se difficile da osservare, è presente in tutte le foreste montane dell’area. Altrettanto si può dire
per la puzzola, il tasso e la martora mentre comuni e quindi più facilmente osservabili sono la volpe, la donnola e
la faina. Tra i roditori è ancora da segnalare lo scoiattolo, che si nota frequentemente nei boschi e presente in una
forma tipica dell’Italia meridionale, caratterizzata da livrea nera con la parte ventrale bianca.

 

Altrettanto diffuso, ma minacciato dal bracconaggio per la presunta bontà delle carni, è il ghiro. Molto raro
infine è il driomio, presente in Italia solo nelle Alpi nord orientali ed in Calabria. Tra l’avifauna si citano l’aquila
reale forse nidificante anche in Aspromonte, il falco lanario ed il biancone. Rapaci presenti nei boschi sono l’astore
e lo sparviero e comuni sono il falco pellegrino, la poiana, il lodolaio, il gheppio ed altri. Altra presenza dei
boschi è il picchio nero del quale si può ascoltare il tambureggiare sui tronchi alla ricerca d’insetti. Tra i rapaci
notturni è raro il gufo reale mentre più diffusi l’allocco, il barbagianni, la civetta, l’assiolo. Rara è la coturnice
presente solo nelle aree meno disturbate. Tra i rettili si segnala la vipera comune, il ramarro occidentale, il biacco,
il saettone e la tartaruga. Tra gli anfibi l’ululone appenninico è un piccolo rospo con un’appariscente coloritura
del ventre che usa per scoraggiare i predatori, la salamandra pezzata e la salamandrina dagli occhiali. Nei tratti
più integri di alcune fiumare si possono poi osservare granchi, trote e il merlo acquaiolo.
Infine tra gli invertebrati che caratterizzano la fauna dell’area dell’Amendolea molto diffusi sono gli insetti
con, in particolare, gli ordini dei coleotteri, dei ditteri e dei lepidotteri.

 

Rappresentati da varie specie sono anche i Cerambicyidae. Tra questi ultimi di particolare importanza, anche perché
recentemente avvistato lungo il sentiero che dalla diga del Menta conduce alle cascate del Maesano, è la Rosalia alpina
L, 1758. La Rosalia è uno dei coleotteri più belli e più grandi d’Europa, ma è anche uno dei più rari, perché per riprodursi
necessita di condizioni particolari che scarseggiano nei boschi produttivi. L’insetto non può essere confuso con nessun
altro, sia per la bellezza che l’eleganza nei movimenti. Il corpo e le elitre sono da grigio-blu a blu chiaro. Le elitre,
bordate di chiaro, sono chiazzate di nero. La dimensione e la forma di queste chiazze scure sono variabili e permette di
distinguere gli individui gli uni dagli altri. Anche le lunghe antenne, tipiche dei Coleotteri appartenenti alla vasta e varia
famiglia dei Longicorni, hanno un aspetto caratteristico. La R. alpina è, infatti, legata agli alberi più vetusti, in via di
disseccamento e pieni di cavità; affinché le sue larve possano svilupparsi, infatti, il cerambicide deve disporre per diversi
anni di legno morto in piedi di faggio esposto al sole. La continua degradazione delle foreste plurisecolari e la quasi totale
scomparsa degli alberi più maestosi, oltre a impoverire biologicamente l’intero ecosistema, comporta l’irreversibile
rarefazione della R. alpina, e con essa di tutte le altre specie d’insetti indissolubilmente legati alla selva primeva.

 

Tra i lepidotteri frequentanti la valle dell’Amendolea sono particolari le farfalle del genere Hipparchia, con la
superficie inferiore delle ali marrone scuro con ocelli prominenti sulle ali anteriori, immerse in un ampio arancio
o fasce bruno-bianco, mentre le ali posteriori inferiormente sono cripticamente colorate di scuro con linee a
zig-zag e striature. In particolare la H. semele, avvistata di frequente nell’area è inserita nella Lista Rossa delle
specie minacciate. Il lato inferiore delle ali è un superbo esempio di pattern mimetico, consentendo all’insetto di
confondersi perfettamente in una varietà di ambienti diversi. Le farfalle di questa specie trascorrono lunghi periodi
a riposo, altrettanto ben nascoste durante il riposo sui tronchi degli alberi, a terra, tra ciottoli o sassi. Quando
disturbate, prendono il volo all’istante, volteggiando rapidamente, appena sopra il terreno, prima di riposizionarsi
nelle vicinanze a terra o su un tronco d’albero o ramo caduto. Quando si fermano, di solito lo fanno su una superficie
chiara e posizionano le ali chiuse, ma stendono quelle anteriori in modo che gli ocelli vicino all’apice siano
ben visibili. In questo modo, qualsiasi predatore che sferri il suo attacco, è probabile che miri agli ocelli piuttosto
che al corpo. Una volta che si sentono al sicuro, allora abbassano le ali anteriori per nascondere gli ocelli dietro la
ali posteriori. Durante la notte o in caso di maltempo, la farfalla rimane su alberi o cespugli. Quando si crogiola
al sole, si posiziona esponendo la massima area di superficie alare al sole, in modo da aumentare rapidamente la
sua temperatura corporea. Ciò consente di mantenere alti livelli di energia e di rimanere attenta in ogni momento,
subito pronta a volare e intercettare potenziali partner. In condizioni di calore eccessivo, la farfalla inclina le ali
in direzione opposta per evitare il surriscaldamento, minimizzando la quantità di luce solare che colpisce le ali. Si
tratta di una astuta forma di termoregolazione da parte dell’insetto, che così gestisce al meglio gli effetti del calore.

La fiumara Amedolea.

La fiumara Amedolea con il suo ampio e sinuoso letto costituisce la spina dorsale dell’area grecanica. Via
di comunicazione nella stagione estiva e ostacolo insormontabile d’inverno. Fonte di vita per l’irrigazione dei
campi, la forza motrice dei mulini e la fertilità dei terreni prossimi alle sue rive e portatrice di morte e distruzione
nelle ricorrenti alluvioni.
Per conoscerne gli aspetti più salienti la seguiremo idealmente dalla foce sino alle sorgenti. I fiumi furono
infatti sin dall’antichità vie di penetrazione privilegiate ed in particolare le fiumare d’Aspromonte, costituite
da ampi letti asciutti per gran parte dell’anno, offrirono un facile accesso all’interno. Le fiumare sono dei corsi
d’acqua tipici della Calabria ed in particolare dell’Aspromonte orientale, non hanno una vera e propria sorgente
ma vengono rifornite da un’innumerevole serie di ruscelli che si formano nelle parti più elevate del massiccio in
seguito alle precipitazioni meteoriche e ne incidono a raggiera i fianchi. Proprio per tale motivo sono caratterizzate
da una portata d’acqua molto incostante, notevole nel periodo invernale-primaverile e molto esigua in quello
estivo-autunnale. Addirittura storici e geografi come Polibio, Strabone, Barrio, Tucidide, Plinio le descrivono
come navigabili. Tale possibilità era probabilmente limitata al tratto più prossimo alla foce dove il mare penetrava
per un tratto nel corso d’acqua fino a consentire un approdo, ma ciò da comunque l’idea delle profonde modificazioni
che la fiumara Amendolea ha subito nel corso dei millenni. In epoche antiche, prima che l’uomo avesse
la capacità di incidere pesantemente sul territorio, la vallata grecanica era rivestita quasi ininterrottamente dalla
vegetazione che, frammentando il flusso delle acque superficiali, concorreva a rendere più costante il regime idrico
della fiumara. Al dissesto idrogeologico dell’Aspromonte ha purtroppo contribuito in misura notevole l’uomo
disboscando in maniera dissennata intere montagne. Diversi paesi perciò sono stati abbandonati e rimangono
muti e deserti a testimoniare una presenza dell’uomo in luoghi ora divenuti isolati. Ognuno di essi ha una sua
storia fatta di quotidiane lotte con la natura per strappare a questa di che vivere e meritano certamente una visita.
Iniziando la risalita della fiumara Amendolea quello che balza agli occhi è l’ampiezza del letto del corso d’acqua
che in alcuni tratti è di quasi un chilometro. Proseguendo nel cammino la fiumara si restringe ed incontriamo il
castello di Amendolea che quasi ci sbarra il passo. Superata la briglia di Cavatena, un manufatto che nonostante
la mole è stato distrutto dalla piena del 1971, s’incontra il mulino di Focolio, uno delle decine di strutture che
utilizzavano l’acqua della fiumara per molire i cereali. Le pendici dei monti divengono più vicine e più avanti un
altro paese, Roghudi, abbandonato per l’alluvione del 1971, si staglia nel mezzo della fiumara, aggrappato su di
uno sperone roccioso isolato tra l’Amendolea ed il suo affluente Furria. Poco avanti la fiumara Amendolea riceve
l’affluente Colella, caratterizzato da un’enorme frana che rifornisce di notevoli quantità di detriti il corso d’acqua
principale e dalla cascata Calònero. Superata la stretta di Santa Trada inizia un tratto di gole difficilmente accessibili, se non con attrezzature adeguate, costituito da una serie di cascate e pozze d’acqua dove l’acqua cristallina
scorre tumultuosa anche d’estate. Proseguiamo il cammino; lo scrosciante suono dell’acqua è divenuto un
compagno piacevole ma che ogni tanto scompare. In alcuni tratti infatti l’acqua finisce sottoterra scorrendo così
come un fiume sotterraneo per ricomparire più a valle. Ciò avviene dove il letto del fiume è costituito da materiali
permeabili presenti in uno spessore notevole (giungono fino a diverse decine di metri). Basta però continuare
la risalita per incontrare nuovamente limpide pozze d’acqua dove nuotano grosse trote ed impetuose cascatelle
dove nidifica il merlo acquaiolo che si vede spesso sfrecciare a pelo d’acqua e poi tuffarsi per catturare qualche
insetto. Giunti nei pressi di Maesano la fiumara è lambita dai boschi di pino calabro e forma le suggestive cascate
“da Spana”. Proseguendo verso monte e superato l’invaso artificiale del Menta, la fiumara, avvolta ormai in una
fitta galleria di faggi, acquista le caratteristiche di un torrente montano ed in tale veste trova la sua origine ai piedi
del Montalto, cima che con i suoi 1.956 m di quota è la più elevata dell’Aspromonte.

 

I sentieri dell’anima.

Ho iniziato a conoscere i sentieri della vallata della fiumara Amendolea circa trent’anni fa da studente liceale quando,
in occasione di una gita scolastica organizzata dal prof. Domenico Minuto, ci recammo in pullman a Roccaforte del
Greco (e chi, se non lui, poteva condurre degli studenti in paesi come Roccaforte!). La gita si trasformò ben presto in
escursione quasi alpinistica perché il professore ritenne banale farci giungere in pullman sino al paese e, fermato il mezzo
diversi chilometri prima, ci fece guadagnare la meta dopo una quasi scalata di un costone che superammo a quattro
zampe. Bastò questo per restare folgorato dalla bellezza dei luoghi nonostante in quel periodo l’Aspromonte vivesse
uno dei periodi più tragici per il fenomeno dei sequestri. Ho proseguito quindi con l’esplorazione meticolosa dei tanti
sentieri che innervano la vallata. I pastori sono stati la mia guida ma poi ho voluto conoscere anche i territori a loro preclusi:
fiumara intra, risalendo il corso dell’Amendolea sino al Montalto. Per un periodo della mia vita poi il camminare,
il guidare i primi gruppi di escursionisti in questa montagna è stata la professione che mi ero inventata e che mi ha regalato
esperienze ed incontri indelebili. Le notti trascorse dentro la chiesa abbandonata di Roghudi cullati dal mormorio
della fiumara; l’ospitalità di uno degli ultimi abitanti del paese, Rafele Favasulli, che ci accoglieva con ceste colme di ciliegie; Mastrangelo a Bova che declamava in grecanico; il Negus a Gallicianò che guardava perplesso quegli strani
turisti con uno zaino sulle spalle; le tarantelle interminabili e le migliaia di escursionisti ammaliati da questa montagna
e dalla gente che l’abita. Ho cercato di far conoscere la bellezza di questi sentieri al di fuori della Calabria con articoli,
libri, conferenze ed altro e grazie all’opera delle associazioni escursionistiche e delle cooperative locali l’area grecanica
ha visto la nascita e lo sviluppo del trekking come attività economica divenendo modello di un turismo sostenibile.
La vallata è quindi dotata di una estesa rete di sentieri: da quelli più semplici a quelli più impegnativi e
avventurosi. Alcuni di essi hanno segnaletica in vernice, solitamente di colore bianco-rosso, che costituisce il
“filo d’Arianna” dell’escursionista consentendogli di raggiungere la meta prefissata. Mancano tuttavia frecce
segnaletiche, tabelloni illustrativi, una manutenzione costante dei percorsi. A questi ed altri strumenti di supporto
per l’escursionista dovrebbe provvedere in tempi non lunghi il Parco Nazionale d’Aspromonte. Nel frattempo è
consigliabile avere cartografia adeguata oppure rivolgersi a guide esperte.
Ci limitiamo quindi ad elencare sinteticamente i percorsi segnalati presenti nell’area e che il Parco ha inserito
nel proprio Catasto.
n° 102 Bova – Roghudi – Serro Schiavo – Carmelia – Delianova
Percorso che collega Bova a Delianova, posta sul versante occidentale dell’Aspromonte in 2-4 giorni ad attestare
i forti vincoli tra i paesi dato che i due nuclei originari di Delianuova, Pedavoli e Paracorio, furono fondati
dagli abitanti dell’antica Delia. Dai caldi ambienti della macchia mediterranea attraversa i fitti boschi della parte
sommitale del massiccio e lo valica.
n° 113 Ghorio di Roghudi – Africo – Casello Varì
Itinerario tra il bacino della fiumara Amendolea e quello della La Verde. Interessante la visita del paese abbandonato
di Africo Antico.
n° 128 Bova – Fiumara Amendolea – Gallicianò
Percorso problematico nel primo tratto sino alla fiumara, conduce ad uno dei borghi che meglio ha conservato
le tradizioni dei greci di Calabria.
n° 132 Cascate dell’Amendolea (schicciu da Spana)
Breve sentiero con meta una della cascate più spettacolari dell’Aspromonte.
n° 152 Amendolea – Monte Brica – Bova
Attraversando coltivi e ruderi di monasteri collega Amendolea con Bova.
Siti
www.caireggio.it
www.parcoaspromonte.gov.it/
http://31.195.173.235/webgis/index3.php (Osservatorio Regionale per la Biodiversità della Calabria)
Cartografia
Carta dei Caselli Forestali della Provincia di Reggio Calabria scala 1:175.000 – CAI
Carta turistico – escursionistica, Parco Nazionale dell’Aspromonte scala 1:25.000
Bibliografia
Francesco Bevilacqua – Alfonso Picone Chiodo, Il Parco Nazionale dell’Aspromonte – Guida naturalistica ed
escursionistica, Rubbettino Editore, 1999
Edward Lear, Diario di un viaggio a piedi in Calabria, Rubbettino Ed., 2009 – Il Diario originale di Edward
Lear, intitolato Journal of a Landscape Painter in Southern Calabria, venne pubblicato nel 1852.
Giovanni Spampinato, Guida alla flora dell’Aspromonte, Laruffa Ed., 2002
M. Fonte, S. Grando e V. Sacco, Aspromonte – Natura e cultura nell’Italia estrema, Donzelli Editore, 2007
Rosario Previtera, Gustovagando, Edimedia, 2004
Segni dell’uomo nelle terre alte d’Aspromonte, a cura di A. Picone Chiodo, Edimedia, 2005
I grandi alberi del Parco Nazionale d’Aspromonte, a cura di A. Picone Chiodo, Edimedia, 2006
CamminAspromonte: 9 sentieri segnalati nel Parco Nazionale d’Aspromonte, a cura di A. Picone Chiodo, CAI, 2006
Guida ai Caselli forestali della Provincia di Reggio Calabria, a cura di A. Picone Chiodo, CAI, 2006