Note sulla cultura del territorio grecanico Cultural notes on Graecanic Calabria

23 Giu Nessun commento eddy base

Note sulla cultura del territorio grecanico Cultural notes on Graecanic Calabria

 

 

Il territorio immediatamente ad est e sud est di
Reggio, all’incirca fra Cardeto e Africo, ha una tradizione
grecanica che si è mantenuta più a lungo nel
tempo rispetto al resto della Calabria ed anche della
provincia reggina ed attorno alla vallata dell’Amendolea
mostra ancora un residuo di vitalità oggettivamente
verificabile. I suoi centri più notevoli nel
nostro secolo sono stati Cardeto, Amendolea, Condofuri,
Gallicianò, Roccaforte, Roghudi e Bova,
ed oggi sono ristretti a Roghudi e Gallicianò, con
qualche testimone a Bova. Occorre, però, ricordare
che la cultura greca di Calabria non è esclusiva di
questo territorio. Infatti, nell’età altomedievale tutta
la Calabria fu bizantina, anche nella lingua. Nel
basso medioevo, la lingua greca continuava ad essere
parlata nel Catanzarese e nel Reggino, mentre
nel Cosentino cominciavano ad affluire i portatori di
un altro filone della medesima cultura bizantina, di
lingua mista, albanese e greca, e di etnia albanese.
Durante tutto il medioevo, la Piana di Gioia Tauro,
allora denominata Saline, Valle delle Saline e poi
Piana di San Martino o di Terranova, fu particolarmente
apprezzata per la cultura e la lingua grecanica.
Più tardi, in età moderna, l’antica lingua continuò
a mantenersi sulle pendici dell’Aspromonte; nei
centri di Santa Georgia e Cosoleto; nella vallata del
Gallico; in tutto il territorio ad est e sud est di Reggio,
da Sant’Agata a Mosorrofa, a Motta San Giovanni,
a Montebello, a Pentedattilo, a San Lorenzo,
a Palizzi, oltre che nei centri menzionati all’inizio.
Quali che siano le diverse cause prossime di questa
corrosione, appare chiaro che la tradizionale cultura
greca di Calabria abbia subito un attacco sempre più

 

vincente da parte di altre culture, veicolate nella società calabrese dalle classi dominanti, prima forestiere,
poi anche locali. Ho usato due aggettivi simili, greco e grecanico, intendendo con il primo la caratteristica
della cultura di cui sto parlando e con l’altro la tradizionale sua definizione in ambito locale. Ho parlato anche
di cultura bizantina, perché essa è la matrice che ha creato l’identità del popolo calabrese e ne ha alimentato
per più di un millennio le forme di vita culturale. Infine, ho parlato spesso della lingua, perché essa è il segno
più immediato ed anche il veicolo più importante di una cultura. Ma, nel nostro caso, occorre considerare
almeno altri quattro ambiti di espressione della medesima cultura: le abitudini, l’artigianato, la musica e la
vita religiosa.
Non intendo analizzare particolareggiatamente nessuno di questi cinque volti della cultura grecanica, perché
il discorso sarebbe necessariamente assorbito da un così vasto argomento, mentre a me preme fare altre
considerazioni. Ricordo soltanto che essi, come ho detto, sono alimentati dalla comune matrice romaica, cioè
bizantina, e pertanto, come questa, affondano le radici nella cultura dell’impero romano. La lingua, addirittu

 

ra, mostra i segni di una eredità ancora più antica, che risale fino ai tempi omerici. L’artigianato usa nei suoi
schemi formali disegni che la cultura tardo antica e bizantina ha mutuato dalla preistoria; succede, così, che
l’ornato di un oggetto artigianale di questo territorio mostri concordanze con decorazioni di culture pregreche
dello stesso territorio e sia del tutto simile ad altri oggetti esemplati in località assai distanti della medesima
ecumene romaica. Nell’artigianato tessile, i disegni sono ravvivati dall’accostamento acceso dei colori: esso si
può ammirare ancora oggi nei prodotti dei tre centri maggiori, Roghudi, Gallicianò e Bova ed è ricordato per la
tradizione di Cardeto, ma con l’aggiunta di un giudizio negativo del tutto erroneo e ingiustificato, implicito nel
significato dell’aggettivo dialettale “cardolu”. In altri luoghi della Calabria reggina, dove era in vita il medesimo
artigianato tessile, soltanto i manufatti che risalgono al secolo scorso mostrano una sensibilità cromatica
simile ai prodotti odierni dell’area ancora grecanica. Le abitudini sono affini a quelle dei popoli dell’impero
bizantino e la spiritualità religiosa è stata alimentata dalla liturgia della Chiesa d’Oriente e dalla tradizione
monastica italogreca.contadino con asino

Bisogna, inoltre, tener presenti due altri elementi che hanno caratterizzato la vita della popolazione di questo territorio, come di ogni altro popolo, influenzando profondamente la sua cultura: il lavoro e la storia. Il lavoro di gran lunga predominante, almeno nei due millenni dell’era cristiana, è stato quello di tipo agricolo e pastorale; esso, per una larghissima maggioranza, si è accompagnato ad un’economia povera, in alcuni casi misera, e per molti secoli, ma non durante il mezzo millennio di ininterrotta amministrazione bizantina, fu prevalentemente di tipo subordinato: infatti, se in età bizantina i piccoli proprietari costituirono il nerbo della società calabrese e non c’era differenza di vita e di cultura fra città e campagna, dopo l’introduzione del feudalesimo ad opera dei Normanni e la conseguente riduzione allo stato servile di molti proprietari, la classe numericamente sovrabbondante fu quella dei servi della gleba e dei braccianti: ma essa aveva perso ogni potere sociale e subì secolari angarie che la condussero spesso ai limiti della sopravvivenza; nello stesso tempo si creò un sempre maggiore divario fra i luoghi della produzione, cioè quelli rurali, ed i centri del potere, detentori anche della cultura ufficiale. Venne distinta nettamente la cultura contadina, precipuamente orale, da quella cittadina e la prima fu ritenuta sinonimo di ignoranza, perché il concetto di analfabetismo assunse valenze esclusivamente negative. Nell’ambito agricolo, la coltura pregiata della vite per il commercio del vino ha un’antichissima tradizione; ad essa si affiancò, a partire dall’età bizantina fino a tutto il secolo XVIII, la coltivazione del gelso per la produzione della seta, fonte di un’industria artigianale per alcuni secoli fiorentissima, quella della tessitura. Ma già nel secolo XVIII cominciò a prevalere la coltura dell’olivo e dal secolo scorso si impose in molte zone del territorio quella degli agrumi, fra i quali ebbe un particolare pregio il bergamotto. Nell’ambito pastorale, i più antichi allevamenti finalizzati all’esportazione furono quello equino, assai pregiato fino al XVI secolo circa, e quello suino, assai persistente ed al quale è correlata la sovrabbondanza delle querce, che caratterizzano il paesaggio odierno assieme agli ulivi. Poi l’allevamento equino decadde e quello suino fu ristretto e quasi esclusivamnte destinato al consumo interno, di tipo familiare, o a quello quasi altrettanto familiare delle osterie. A partire dal basso medioevo venne incrementato l’allevamento ovino, a beneficio preponderante delle classi abbienti, più che degli allevatori. Esso per molti secoli fu un’attività.

 

destinata prevalentemente al consumo interno; con una modesta commercializzazione a livello locale. In tale
allevamento oggi prevale la capra, che in altri territori è ormai in estinzione.
Nelle prime e nelle seconde fasce collinari, fra i 200 e i 700 metri circa, gli esperti ritrovano infiniti segni
della presenza di popolazioni preistoriche e della loro cultura. Un poco meno interessanti sembrano le tracce
dell’età greca classica, perché quelle di un certo pregio furono e continuano ad essere sistematicamente sottratte
alla consapevolezza collettiva ed i segni della cultura materiale di quella età sono trascurati e in gran parte
distrutti; essi, tuttavia, ci informano della presenza di case rustiche e fattorie, un po’ dappertutto; di fortificazioni
militari, come quella ritrovata presso Condofuri Marina; di tombe, anch’esse disseminate nel territorio,
e non soltanto presso la costa, ma anche sulle alte colline; di strade, sia costiere che montane, il cui indizio
è la presenza diffusa del toponimo “dromo” e di suoi derivati. L’età romana sembra caratterizzata, qui come
altrove, dalle ville rustiche e dall’industria figulina; le tracce di questi manufatti denotano un’intensa attività
agricola ai fini della commercializzazione dei prodotti ed indicano una occupazione abitativa del territorio
disposta soprattutto intorno alle prime fasce collinari; ma le colture risalivano i colli, come ci indicano i topo-

 

nimi di origine prediale (come Gallicianò e Bruzzano), giungendo fino ai boschi della montagna, da dove si
estraeva l’apprezzata pece silana, necessaria per molte industrie ed anche per impermeabilizzare i contenitori
fittili. La presenza di numerosi palmenti, giunti fino a noi perché in gran parte scavati nella roccia, e dei segni
delle antiche vie romane selciate, in località poste fra le prime e le seconde colline, come nelle campagne di
Bruzzano e di Ferruzzano, dove tali palmenti sono ancora visibili a centinaia, sparsi fra i resti di villaggi e di
strade, ci indica sia la scelta preferenziale dello sfruttamento agricolo, cioè quella del vino, che fino ad oggi
è particolarmente apprezzato in tutto il territorio, da Pellaro a Palizzi, sia la tendenza a ripercorrere i modi
dell’occupazione del territorio che erano già stati preferiti in età preistorica, con una frequenza umana attestata,
pertanto, soprattutto fra la prima fascia collinare e la montagna.
Questo assetto abitativo divenne predominante in età tardo antica, fra il IV e il VI secolo d.C., quando l’attività
agricola e la sua commercializzazione conobbero una particolare fioritura, documentata dalla presenza notevole.

 

nei mercati romani di anfore vinarie prodotte dalle officine
figuline che erano disseminate lungo la costa fra
Pellaro e l’attuale marina di San Lorenzo.
La civiltà romaica, più comunemente detta bizantina,
consolidò tutti gli aspetti della cultura romana
tardo antica, compresi quelli dell’attività agricola e
della geografia antropica, e diede loro una vitalità che
rimase praticamente intatta fino alle soglie del nostro
secolo, cioè per più di un millennio, dal secolo VI al
XIX. Ma dall’età bizantina in poi furono introdotte
due notevolissime varianti: nelle coltivazioni, la predominanza
della gelsicoltura; nella classe imprenditoriale,
la diffusa presenza della proprietà religiosa, sia
monastica che ecclesiastica.
Verso gli inizi di questa lunga epoca cominciarono
a formarsi numerosi agglomerati abitativi di altura;
essi furono fiorenti finché e nella misura in cui lo
permise la prepotenza dei signori feudali succeduti
all’età bizantina e dei loro rappresentanti. Ricordo
Motta Sant’Agata, Cardeto, Motta Santo Niceto,
Motta San Giovanni, Montebello, Pentedattilo, Bagaladi,
San Lorenzo, Roccaforte del Greco, Roghudi,
Gallicianò, Amendolea, Bova, Palizzi, Pietrapennata,
Africo, Bruzzano, Ferruzzano. Il territorio fra Motta
Sant’Agata e Montebello mantenne a lungo legami
particolari con Reggio, anche se, spesso, tutt’altro che
pacifici: si pensi, ad esempio, alle numerose proprietà
detenute dal monastero greco di s. Nicola di Calamizzi
in quest’area, oppure alla fiera avversione di Motta
Sant’Agata contro le mire espansionistiche di Reggio
che, invece, riuscì a fare distruggere nel XV secolo la
fiorente città di Motta Santo Niceto. Il territorio fra
Pentedattilo e Amendolea fu per secoli posto sotto
l’influenza del monastero greco del santissimo Salvatore
di Messina; nell’ambito di questa diretta influenza
sorse l’importante centro di S. Lorenzo che ricorda,
credo, nel nome, il santo asceta italogreco Lorenzo,
nativo di Frazzanò in provincia di Messina e abate del
monastero di s. Filippo di Fragalà collegato con il ss.
Salvatore; egli fu anche abate del monastero greco di
s. Domenica di Gallico vicino Reggio.
I rapporti, dunque, fra il territorio che stiamo esaminando
e le città dello Stretto, furono a lungo intensi e
capillarizzati, soprattutto grazie ai beni posseduti dagli
enti religiosi che, a differenza dei signori feudali,
traevano maggiore vantaggio dalle interconnessioni
fra le varie località piuttosto che dal loro isolamento.
Poi, tra il finire dell’Ottocento e gli ultimi decenni del
nostro secolo, la trasformazione radicale dei mezzi di
trasporto e gli altri fenomeni della cultura contempo

 

ranea impressero un totale cambiamento di tendenza, dai colli alla costa, che soltanto negli ultimi anni comincia
ad essere in parte corretto da una controtendenza. La sostituzione delle vie pedestri (di uomini o di cavalcature)
con vie rotabili ha apportato una completa trasformazione nella valutazione delle distanze. Quasi tutti i centri sopra
indicati, per secoli ben collegati fra di loro e con Reggio, vennero e sono in parte considerati lontanissimi, se
non addirittura inaccessibili. Nella nostra età la classe contadina è scomparsa; quella dei pastori è in declino e la
massa tendenzialmente amorfa dei consumatori, nella quale più o meno siamo ormai tutti compresi, si dibatte fra
i problemi odierni che coinvolgono tutta la società. Oggi, come nell’età bizantina, non c’è più distinzione fra città
e campagna, ma con valenze capovolte: allora si era unificati sotto il segno dell’agricoltura, oggi ci accomunano
la caduta di questa attività primaria e la progressiva perdita di ogni identità. Un segno vistoso, causa od effetto
che sia, della nuova condizione sociale, è l’allargarsi dappertutto, laddove ci siano ancora spazi disponibili, degli
anonimi quartieri dormitorio di tipo suburbano che subentrano al verde, mentre in età tardo antica e bizantina i
centri abitativi erano dappertutto piccoli e mescolati ai campi, che non solo li circondavano, ma intervallavano

 

le case, ciascuna delle quali, poi, aveva il suo piccolo orto. Quanto sia a noi vicina negli anni quella età possono
indicarcelo le persone che ancora oggi ricordano il passaggio delle capre per le vie di Reggio al fine di fornire il
latte fresco ai cittadini.
Ho accennato all’interpretazione dell’analfabetismo, cioè originariamente della cultura orale, come fenomeno
esclusivamente e gravemente negativo. Essa ha indotto la cultura dominante a vedere nella tradizione contadina
e pastorale soltanto i sintomi dell’ignoranza e della superstizione; da questo concetto si è facilmente passati a
quello di arretratezza e quindi di incivile rozzezza e perciò, infine, di pericolosità sociale. Gli effetti di questi
divulgati pregiudizi sono stati prima l’incapacità, non solo di partecipare, ma anche di comprendere e di apprezzare
gli aspetti umani, la sensibilità spirituale e la millenaria civiltà condensati nella cultura orale; poi, la caduta
verticale dell’antica lingua (e oggi, del dialetto); quindi, il decadimento e la dissoluzione delle tradizioni culturali
contadine e, sul piano religioso, delle tradizioni avite, tutte innestate sulla spiritualità della Chiesa d’Oriente; ed
infine, la cessazione delle attività artigianali e la dispersione e distruzione dei suoi prodotti. La stessa scomparsa

 

dei contadini come classe sociale è stata anche stimolata dal bisogno del riscatto da una condizione ritenuta
abietta. L’urgenza di emergere da una identità considerata infamante, inficiata da una storia valutata intieramente
con connotazioni negative, ha infine apportato la distruzione di molti beni culturali ed è stata una delle cause
dell’attuale depravazione sociale.
La valutazione negativa della storia calabrese, specialmente per l’età medievale, è retaggio di una interpretazione
illuministica che ancora prevale nell’opinione comune, soprattutto perché essa è stata assunta e rafforzata
dalla cultura marxista, di gran lunga prevalente fra gli intellettuali fino a un passato recente. Fra gli aspetti più
inquietanti di questa valutazione vedo un pregiudizio che è ancor oggi accolto, non soltanto dalla maggioranza
dei manuali scolastici e dei libri di erudizione locale, ma anche, purtroppo, da eminenti studiosi che non siano
specialisti di storia medievale. Secondo questo pregiudizio, la formazione dei paesi collinari, e quindi l’assetto
abitativo di molta parte del territorio calabrese per più di un millennio, è dovuta alla drammatica ed impellente
necessità di fuggire di fronte alle continue minacce di implacabili invasori, che in genere vengono identificati

 

con i saraceni. Da qui il giudizio negativo sulla condizione sociale all’interno di questi abitati, la cui precarietà
fisica e sociale è ritenuta effetto della dislocazione geografica, non della secolare sopraffazione perpetrata dalla
classe dei “signori”. Una siffatta interpretazione della nostra geografia antropica è singolarmente settoriale;
infatti non sembra valere per altri centri urbani di altura, ad esempio Orvieto, Spoleto, San Marino, Potenza, per
non parlare degli insediamenti appenninici dell’Italia settentrionale o di quelli alpini. Essa è, pertanto, anche
involontariamente razzista. Né riesce a spiegare per quale motivo dei centri importanti, come Scilla, Amantea,
Scalea, Isola Capo Rizzuto, nonostante le incursioni, siano rimasti costantemente sulla costa, anche se non
giustificati dalla presenza di porti di primaria importanza, come quelli di Reggio e di Crotone: eppure, Amantea
aveva anche subito, nel corso del secolo VIII, una duratura occupazione da parte degli arabi. Ho già proposto
una interpretazione della formazione degli abitati d’altura non drammatica, ma corretta secondo le fonti in
nostro possesso ed in accordo con le valutazioni dell’attuale letteratura scientifica. Mi sia permesso, tuttavia,
di esprimere l’opinione che bisogna andare più avanti e capovolgere del tutto l’interpretazione tradizionale.

 

Io credo, infatti, che siccome in gran parte gli studiosi
non vivono nei nostri centri d’altura e molti di
loro ne hanno una conoscenza fortuita e fugace, se
non addirittura indiretta, essi sono ingannati da un
punto di vista, che sembra, ma non è, obiettivo. I nostri
centri d’altura sono visti sempre dal basso in alto
e si crede di dover seguire una storia dell’occupazione
del territorio dalla costa alla montagna. Ma da
millenni l’Aspromonte è stato luogo di transito di elezione,
oltre che di lavoro e di soggiorno. Io mi convinco
sempre più, invece, che gli alti colli e poi, man
mano, il territorio fino alla costa, siano stati occupati
e urbanizzati da popolazioni che scendevano dalla
montagna. Questa ipotesi mi permette, ad esempio,
di motivare più agevolmente l’affinità fra Cardeto e
Gallicianò o Roghudi, alla quale ho accennato. E se
il cognome Stilitano, frequente a Roghudi, significa
qualcosa nei confronti di Stilo, non si penserà certo
a contatti intervenuti per via di mare, se tutto l’Aspromonte,
da Reggio alle Serre, passando, appunto,
per Cardeto, si attraversava brevemente percorrendo
vie d’alta quota. Quali rapporti, infine, abbia sempre
intrecciato la Piana con l”arretumarina” della Jonica
attraverso l’Aspromonte, ce lo raccontano le storie
dei nostri pastori, ma anche quelle delle famiglie feudali,
come i Ruffo, insediati ampiamente su tutti e
due i versanti: anch’essi, da Sinopoli a Palizzi, non
avranno certamente usato il battello per scendere al
mare, attraversare in lungo tutto lo Stretto, attraccare
al famoso fondaco di Palizzi marina e risalire i colli.
Un altro pregiudizio ancora operante fra molti studiosi
è l’opinione che la tradizione religiosa sia un
elemento accessorio o, come si diceva, una sovrastruttura,
nell’ambito della cultura e delle tradizioni
popolari e non, come invece è, una fonte di primaria
importanza di questa stessa cultura. Chi consideri
quanto la civiltà bizantina, madre di quella calabrese,
sia materiata di esperienza religiosa, può comprendere
come la svalutazione dell’elemento religioso sia
stata causa di totali fraintendimenti nell’interpretazione
della cultura popolare.
Fra i caratteri più peculiari della gente che da millenni
abita il territorio in esame, credo che bisogna
indicare la mitezza. Fra Salimbene da Parma, commentando
l’impresa dei Normanni che avevano occupato
la nostra terra dove biblicamente “scorreva
latte e miele”, caratterizzava icasticamente i suoi
abitanti come “caccarelli e merdazoli”. È un luogo
comune disprezzare lo scarso valore militare dei Bizantini
e la loro costante propensione a risolvere i amendolea

contrasti internazionali per via di accordi commerciali e pagamenti di tributi, che la retorica patriottarda ha
sempre considerato umilianti; per essa l’aggettivo “imbelle” è sentito non come sinonimo di “pacifico”, ma
come peggiorativo di “ozioso”. Forse oggi, dopo l’esperienza dei bombardamenti umanitari, siamo più propensi
a capire quanta saggezza abbia ispirato la politica estera dell’Impero dei Serenissimi. Similmente, le
condizioni di vita e il modo di pensare hanno sviluppato nella nostra cultura le virtù che aiutano alla difesa,
piuttosto che gli atteggiamenti necessari per l’aggressione e la conquista: pazienza, forza di sopportazione,
sobrietà, accettazione della fatica, silenzio. Può sembrare strano sottolineare la mitezza per la nostra società
dove regna la mafia. Ma chi considera le caratteristiche di questo fenomeno criminale, le sue strettissime
connessioni con il potere e dunque con le classi da sempre dominanti, la devastazione sociale a cui ho sopra
accennato, può forse accettare la mia opinione, che la mafia e la disamministrazione, due volti secolari di
uno stesso male, qui regnino proprio perché la gente è mite: infatti, una maggioranza incapace di difendersi,
oppressa da una minoranza sempre più arrogante, acconsente, accettando così la depravazione. Per questo motivo
il silenzio, virtù propria di chi deve difendersi, diventa omertà. Essa è coerente con l’interpretazione del
potere pubblico, da secoli qui subìto e interpretato come prepotenza violenta. Una spia è la paura nei confronti

 

delle forze dell’ordine e di tutto il sistema giudiziario, non per la loro azione di contrasto alle nefandezze, ma
per il sospetto di un loro complice coinvolgimento.
Oltre che dell’omertà, questa mitezza, che è docilità, cioè propensione ad imparare, è fonte di altri due gravissimi
mali odierni, nell’ambito sociale e dei beni culturali e ambientali. Sul piano sociale, sempre più ci si convince
che il potere deve essere arrogante, che la norma è una irresponsabile finzione, che la violenza è l’unico sistema
di comunicazione, che le azioni dell’uomo debbano essere regolate in base al denaro, non ai dettami dell’avita
dignità, per cui valeva sopra ogni altro bene il rispetto reciproco e la fedeltà alla parola data. Sul piano dei beni
culturali e ambientali, la gente adotta lo squallore della cementificazione di tipo coloniale come gusto nuovo,
abbandonando il suo gusto tradizionale, intriso di umiltà, di rispetto della natura, di nascondimento. Le casette di
pietre a secco o miste a cocci, coperte di tegole, con accanto la stalla per l’asino e l’orto, tutte cose dello stesso
colore del terreno circostante e facenti un tutt’uno con esso, cedono incessantemente il posto ai grandi parallelepipedi
in cemento dei condomìni oppure ad assurde costruzioni il cui unico linguaggio stilistico è quello del potere,
commentato spesso da raffigurazioni di leoni e di aquile, ultimo ed assai degradato legame di tipo faunistico.casa sotto la montagna calabrese

con la natura circostante. Ma soprattutto si è diffusa,
anche nei nostri ambienti rurali, l’assuefazione allo
squallore ed all’insignificanza. La difesa dell’identità
in conformità con il gusto tradizionale non ha quasi
più nessun rilievo; eppure questa società avverte fortemente
l’impulso della difesa, che la porta a forme
di gelosia talvolta esasperata. Nel caso non frequente
che ci si renda conto di una qualche reazione alla devastazione
dell’ambiente, essa viene spesso osteggiata,
come un capriccio intellettualistico ed elitario, non
essendo compresa come tentativo di recupero, anche
formale, della propria identità: infatti, ormai la gente,
docilmente, crede di non avere nessuna identità.
Un’altra virtù caratterizzante è l’ospitalità. L’accoglienza
del forestiero come persona a cui si debba
offrire il meglio che possiede la casa, proprio perché
è ospite, è una consuetudine che affonda forse le radici
nella religiosità dell’antica Grecia. Comunque,
essa si connette con la benevolenza cristiana nei confronti
del prossimo e con l’esperienza di compartecipazione
delle sofferenze altrui (un viandante è, in
quanto tale, un sofferente) e di condivisione delle sue
necessità che viene avvertita da una società adusa al
problema della propria difesa. Questa tradizione negli
ultimi anni ha fornito un meraviglioso supporto alla
sperimentazione dell’accoglienza turistica nelle case
e nelle masserie che ha creato una rete di rapporti interpersonali
alla maniera di una volta, con affettuoso
rispetto e schietta semplicità, ma anche con un interessante
avvio di commercializzazione dei prodotti
caserecci da porta a porta.
Una terza virtù è la fedeltà. Il detto calabrese che
l’uomo si conosce dalla parola e il bue dalle corna
ha ancora dalle nostre parti la validità dell’esperienza
vissuta. E non è raro il caso di vedere attaccate ancora
le chiavi, che dichiarano un’accoglienza pronta
e fiduciosa del visitatore, anche se è sconosciuto, in
eloquente contrasto con le porte blindate alle quali
l’odierna società è costretta ad affidare la propria
sicurezza. Questa caratteristica ha influito, io credo,
sull’abitudine alla franchezza rispettosa alla quale
allude Corrado Alvaro quando dice che “il calabrese
vuole essere parlato”, in un rapporto da persona a
persona, dove non vale il titolo, ma l’uomo. La fedele
pertinacia potrebbe degenerare in ostinazione: questo
difetto, tuttavia, nella nostra società è poco rilevabile;
e se si verifica un caso del genere, suscita il riso divenendo
motivo di divertimento collettivo.
Dobbiamo riscontrare, invece un pericolo meno
virulento a livello personale, ma assai grave a livello

 

collettivo. La nostra società ha bisogno di tempi assai lunghi per trasformarsi. Se ha accolto una mentalità, sia
essa giusta o sbagliata, ne rimane fedelmente attaccata. La caduta verticale della lingua grecanica negli ultimi
cinquant’anni è una reazione al dileggio sprezzante che la società ellenofona ha subito in quanto tale durante il
primo secolo delle dominazione italiana. Per molti decenni gli ambienti ellenofoni sembravano non accorgersi
di questo disprezzo, attaccati alla tradizione. Ma quando si convinsero di trasmettere con la lingua un disvalore,
smisero di farlo. Gli sforzi compiuti da privati e da associazioni negli ultimi trent’anni per correggere il rifiuto
di veicolare la lingua di generazione in generazione sono falliti. Anche a Gallicianò e a Roghudi, dove, fino alla
metà del XX secolo il 100% della popolazione continuava ad usare il grecanico come lingua di conversazione
abituale, se c’è oggi qualche bambino che conosca alcune espressioni grecaniche, molto probabilmente le ha
apprese da altre fonti che non il linguaggio materno.
Purtroppo sappiamo dalle cronache che si son diffusi mali ben più dolorosi della perdita del linguaggio avito,
connessi con le mode della nuova delinquenza. Quando si riuscirà a ridare a questa società la consapevolezza della
sua dignità? La risposta sembra umanamente desolante; si ha la sensazione di dover fermare un transatlantico
alla deriva con i remi di una barchetta. Tale circostanza rende ancora più pressante il dovere di restituire questa
società al rispetto di se stessa. Ciò si otterrà, prima o poi, non con le parole, bensì con il rispetto della sua storia
e dei suoi beni culturali. Essi vanno salvaguardati per il loro umile fascino, ma soprattutto per il loro linguaggio.
Infatti, una caratteristica della cultura orale è trasmettersi con il linguaggio delle cose. La casetta con la stalla e
l’orticello, alla quale ho sopra accennato, la stradina nella campagna, il muro costruito dagli antenati e rabberciato
di generazione in generazione, per non parlare delle icone domestiche e di altri oggetti di culto, lo stesso
paesaggio percorso quotidianamente, spesso a piedi nudi, integro e silenzioso, hanno insegnato alla nostra gente
la sua profonda spiritualità, la sua gentile affettuosità i suoi caratteri ed il bagaglio di moralità a cui è rimasta
fedele. Bisogna difendere questo linguaggio, dove ancora persiste, e ricrearlo dove è stato distrutto, per aiutare il
nostro popolo a ritrovare se stesso, a riconoscersi con rispetto, uscendo dallo squallore che lo minaccia da vicino,
per non dire già dal di dentro. L’odierna civiltà delle immagini ci ha reso consapevoli di quanto siano efficaci a
livello subliminale i messaggi affidati alle cose ed alle sensazioni che esse suscitano inconsapevolmente: questa
esperienza accresce la nostra colpevolezza per la cancellazione degli ambienti che erano stati antropizzati in
conformità con la cultura della tradizione.
Un ultimo aspetto su cui desidero soffermarmi brevemente è il rapporto tradizionale di questa nostra società
con la natura. È un rapporto semplicissimo, di timore e di uso, ma anche di contemplazione. Un giovane di
Gallicianò, che conosce il posto di tutte le pietre in ogni torrente, i nuovi arrivi per tutti gli ovili ed il numero
di tutte le api, mi faceva notare come la primavera un anno si ammanta di fiori, un anno di verde. La natura è
sovrana e perciò, oltre che munifica come lo sono i re, è cangiante, liberamente varia, sempre splendida. La
gente, di generazione in generazione, ha appreso il suo linguaggio ed i suoi segreti ed ha vissuto usandola,
ma anche ascoltandola ed imitandola, ricavandone consuetudini piene di grazia, come un dono naturale. Ad
esempio, sa che il latte della madre rimasto nello stomaco del caprettino è il migliore ingrediente per coagulare
il latte; e sa anche che bisogna spazzare la casa con gli steli della calamitta, perché essa resti a lungo profumata.
Ma la natura è potente e può divenire un pericolo per l’uomo: occorre, perciò, avere appreso bene i segni
delle sue minacce. In questo rapporto tradizionale manca la voce ecologica. La nostra gente non ha appreso di
generazione in generazione il bisogno di difendere la natura, perché questo concetto, rispetto alla sua vita tradizionale,
sarebbe avvertito come una assurda presunzione, quale può essere, ad esempio, l’impegno di salare
il mare. Questo atteggiamento, oggettivamente il più sano ed equilibrato, è oggi pericolosissimo. L’odierna
vittoria della tecnica umana sulla natura, la potenza inquinante della società di oggi, non sono avvertiti come
tali. La gente usa gli oggetti quotidiani di oggi come faceva con quelli di ieri. Perciò, in genere, non si accorge
dell’attacco mortale contro il suo proprio territorio e non si difende; anzi, contribuisce all’offesa. E così i
boschi diventano immondezzai, i torrenti si riempiono di carcasse di elettrodomestici, quelli delle automobili
vengono rovesciate nei burroni; i colli ospitano monumentali discariche ed il sottosuolo rigurgita di liquami
tossici. Ma ormai può capitare che anche i pastori facciano il formaggio con il latte in polvere comprato al
supermercato. Essi, d’altra parte, non si affaticano più a camminare: controllano le bestie dalle cabine delle
loro automobili.