L’Area Grecanica oggi fra antiche radici e turismo sostenibile – The Graecanic area today amidst ancient roots and sustainable tourism.

L’Area Grecanica oggi fra antiche radici e turismo sostenibile
The Graecanic area today amidst ancient roots and sustainable tourism

Area Grecanica? Isola Ellenofona?
Dov’è l’Area Grecanica? Ma i confini ed i territori
coincidono con la presenza della lingua? A queste
semplici domanda sicuramente corrisponde invece
una serie più complessa di risposte.
L’Area Grecanica coincide con il comprensorio
della vecchia Comunità Montana Versante Jonico
Meridionale e coinvolge, da Occidente ad Oriente, i
territori dei comuni di Melito, San Lorenzo, Bagaladi,
Roghudi, Roccaforte del Greco, Condofuri, Bova
Marina, Bova, Staiti e Brancaleone. Naturalmente
quest’organizzazione politico-amministrativa non rispecchia
quelli che sono i confini linguistici. E cioè
quelli fra i siti dove ancora resiste l’idioma parlato e
quelli dove l’ellenofonia è estinta.
Culturalmente la risposta su dove sia l’area grecanica
si presenta molto più complessa. Ad esempio,
sul confine occidentale, Cardeto, provatamente ellenofona
sino al 1920 si trova esclusa dai confini “amministrativi”,
la vicina Bagaladi, probabilmente non
ellenofona o per lo meno in tempi recenti, si trova
inclusa dai confini amministrativi medesimi. L’esempio
potrebbe estendersi anche a Palizzi, a Staiti, a San
Lorenzo, a Brancaleone, etc.
In questa prospettiva forse sarà bene distinguere
un’Area Culturale Grecanica da quella che oggi è l’Isola
Ellenofona.

L’Isola Ellenofona

Il greco di Calabria è oggi in fortissima, forse irreversibile
crisi. La lingua è conosciuta dalle fasce generazionali
anziane di Bova, in modo frammentario da
quelle di Amendolea e di Condofùri, in un modo più

 

diffuso generazionalmente ma oramai in ambito soprattutto privato a Gallicianò ed a Roghudi Nuovo. Si può considerare
scomparsa in tutti gli altri siti. Interessante il fenomeno di Bova Marina dove permane, sia per immigrazione
dai paesi interni sia per attività di vera e propria riscoperta da parte di un piccolo ma significativo nucleo ellenofono.

L’Area Culturale Grecanica invece…

I confini dell’Area Culturale sono a questo punto ben più vasti. Se vogliamo inserire tutti i siti che fino a tempi
recenti, fra XIX e XX secolo erano ellenofoni partiamo dalle porte di Reggio Calabria sino a tutto l’Aspromonte
jonico e sino, probabilmente, alla stessa Locride. Se invece, sulla scia di quanto messo in luce da Rohlfs, vogliamo
riferirci a tutta l’area ellenofona ancora all’inizio dell’Età Moderna allora l’Area Culturale Grecanica arriverà
facilmente sino all’Istmo di Catanzaro.
In questa prospettiva l’Isola Ellenofona è veramente l’ultima testimonianza vivente di un mondo linguistico
che è stato comune e che oggi più che mai è importante riscoprire e salvaguardare

 

Fra sentieri arcaici e possibilità del nuovo turismo

Le difficoltà storiche degli spostamenti nell’area grecanica si “leggono” tutt’ora nel suo paesaggio. Un altipiano
solenne ed aspro, ricco di fiumare e di calanchi, di colline dalla fioritura dolcissima e policroma e di coste
franose come lame implacabili pronte a colpire. È un paesaggio che non può non scuotere il viaggiatore sia nei
suoi aspetti bizzarri come Ta Vrastarucia, Le Caldaie del Latte o I Rrocca tu Ddracu, la Rocca del Drago o per i
paesaggi infiniti che dai Campi di Bova, appena dopo il Passo della Zita fanno perfettamente vedere l’Etna e la
Sicilia nelle giornate quando lo scirocco tace. Nonostante le poche strade dell’oggi, questo paesaggio per secoli
è stato percorso esclusivamente a piedi o a dorso d’asino anche se gli ultimi cinquant’anni hanno portato trasformazioni
radicali nella geografia antropica dell’Area Grecanica.
Senz’altro i modi di abitare, di spostarsi e con essi tutta la vita economica sono completamente cambiati.
L’Aspromonte ellenofono nella sua dimensione arcaica era senza vere strade carrabili se non la ferrovia e la statale
costiera tracciate fra la fine dell’800 ed i primi del ‘900 e con esse l’unico tortuoso percorso anch’esso carrabile da
Bova Marina a Bova. Tutto il resto somigliava ad un piccolo sistema solare nel quale una rete di mulattiere e sentieri

 

collegava l’epicentro commerciale ed artigianale di Bova
con tutto l’entroterra. Bova era così una meta obbligata per
chi voleva vendere e comprare senza andare, con un lungo
giorno di cammino via montagna, sino a Reggio o sulla
costa sino a Bovalino. Questa situazione che potremmo
definire “non carrabile” si protrasse anche per buona parte
del XX secolo. Sino agli anni ‘60 era ancora conveniente
andare a Reggio a piedi via montagna se non guadagnare
metapòdia la marina per prendere il treno. Si pensi ad es.
che Africo fu abbandonato nel ‘51 che ancora non aveva
la strada, che i vecchi siti di Roghudi e di Chorio furono
raggiunti da una strada bianca solo nei primi anni sessanta.
Così via sino a Gallicianò che ha visto completata la strada
che la collega a Condofuri solo nel 2001. Senza dubbio
questa situazione d’isolamento consentì la sopravvivenza
della lingua insieme con un’economia chiusa, spesso non
monetaria. Un esempio per tutti è quello degli anni cinquanta/sessanta
quando gli abitanti di una Roghudi senza
strada compravano di tutto, dai tessuti industriali ai medicinali,
barattando con prodotti della terra e della pastorizia.
D’altra parte, il viaggiatore a piedi “per eccellenza” del
territorio grecanico, l’inglese Edward Lear, aveva potuto
costatare a metà del XIX secolo che la strada finiva a
Melito e che i sentieri interni erano l’unica via di spostamento
possibile. Il percorso di Lear, il cosiddetto “Sentiero
dell’Inglese” è oggi oggetto di recupero eco-turististico ed
escursionistico da parte di Cooperative giovanili locali. In
quest’ambito si può definire pionieristico, dai primi anni
‘90, il lavoro di Pasquale Valle e “Naturaliter” che ha creato
una rete di ospitalità rurale sulle tracce del viaggio di Lear.
Nell’area grecanica ritorna oggi dunque il viaggio “a
piedi” ma in una veste rinnovata. È un’occasione per
riscoprire un tempo “lento” e soprattutto gli inimitabili
profumi e panorami della montagna mediterranea.
L’importanza di Bova, centro di una vera rete di sentieri,
si riflette anche nella toponomastica dell’intera
area. Il nome “convenzionale” di Bova/Vua nell’area
ellenofona è i Chora, il paese “per eccellenza”, l’insediamento
più rilevante in un’area di piccoli borghi
agro-pastorali. “Pame stin Chora” è modo comune in
greco-calabro per dire “andiamo a Bova” intendendo
dunque Chora come “capoluogo territoriale”. In greco
moderno, infatti, la parola Chora assume anche il significato
di “comprensorio”, “territorio”.
Diverso è il caso del toponimo Chorìo molto diffuso
nella zona. Esso proviene dal bizantino Chorìon, villaggio.
In tutta l’area grecanica, i vari Chorio assumono
il carattere di piccole frazioni associate ad una località
“madre”: Chorio di Melito, Chorio di Roccaforte, Chorio
di Roghudi, Chorio di San Lorenzo.

 

I siti dell’Isola Ellenofona

Bova: la “capitale” dei greci di Calabria
Data la sua importanza come “capoluogo territoriale”, Bova (Vua) è definita da sempre in greco di Calabria
anche I Chora, lu paisi. Effettivamente Bova rivestì una certa importanza sia amministrativa che religiosa sin
da epoca bizantina. In ogni modo sino alla grande crisi degli anni ’50-’60 ancora Bova, con le sue numerose
botteghe artigiane e le sue attività commerciali, era il fondamentale epicentro di tutta l’economia pastorale e
contadina dell’area.
Tutto l’insediamento si presenta interessante per il visitatore sia per le numerose chiese che per la posizione molto
panoramica del borgo posto a 820 m sul livello del mare. Fra i vari edifici di pregio segnaliamo la Cattedrale, il
Palazzo Mesiani, la Basilica di San Leo, la chiesetta bizantina di Spirito Santo ed i resti del castello in cima al paese.

 

Bova condivide con Africo l’antico culto per il monaco greco eremita San Leone. Naturalmente sia i natali che
le reliquie del Santo sono storicamente contese fra le due comunità. Di un certo rilievo dunque le celebrazioni
dedicate a San Leo del 5 maggio e del 17 agosto (San Rocco e San Leo).

Bova Marina: il segno dei tempi

Collocato alla foce del torrente Sideroni, l’insediamento di Bova Marina (Ialò tu Vùa, Spiaggia/Marina di
Bova) nasce in tempi relativamente recenti staccandosi dalla più interna Bova. Si accrebbe d’importanza ai primi
del ’900 successivamente al completamento della ferrovia e della strada statale jonica. Per anni inoltre la strada
Bova Marina – Bova realizzata anch’essa successivamente alle due precedenti opere rimase l’unica strada carrabile
dell’area grecanica. D’interesse sono alcuni palazzi in stile tardo liberty e la presenza dell’I.R.S.E.C. (Istituto
Regionale Studi Elleno Calabri), del Museo Laografico e dell’Università della Terza Età.
Rilevante l’impegno per la difesa e la continuità della lingua grecocalabra da parte della locale Ass. Cult. “Ialò
tu Vùa”

 

Condofùri, Amendolèa e Gallicianò: un grande territorio, una lunga storia.

Il territorio del Comune di Condofùri è molto vasto, differenziato ed interessante sotto il profilo storico ed
eco-ambientale e comprende varie località. Sino a per lo meno i primi anni del ’900 erano di maggiore rilevanza
(nonché dotati di autonomi municipi) le attuali “frazioni” di Gallicianò (Gaddicianò) e la stessa Amendolea
(Amiddalia). Definitivamente abbandonata solo dopo il terremoto del 1908, l’Amendolea storica fu ricostruita in
forma di piccolo borgo agro-pastorale ai piedi della grande rocca sulla quale ancora oggi sono visitabili i ruderi
del grande castello Ruffo. L’evidenza della collocazione strategica del sito stesso e del castello salta subito agli
occhi del visitatore. Da aggiungere inoltre che in epoca storica era la valle dell’Amendolèa ed il greto del fiume
a costituire il confine fra Locri e Reggio. Un’attenzione particolare merita Gallicianò unico borgo attualmente
interamente ellenofono anche se la lingua permane qui utilizzata in un ambiente sempre più esclusivamente
domestico. Gallicianò è nota in tutta l’area per l’alta conservatività rispetto alle tradizioni grecaniche non solo in
ambito linguistico ma anche musicale, gastronomico, rituale, etc.

 

Condofùri (Condochùri) il cui asse principale è oramai orientato soprattutto sulla marina (Condofùri Marina),
mantiene gli uffici amministrativi a Condofùri Superiore. La sua posizione storica, un tempo marginale rispetto
ad Amendolèa ed a Gallicianò, contenuta nel toponimo (probabilmente Condo-Chùri, “vicino al paese”) è stata
ribaltata dalla tendenza generale odierna degli abitanti ad abbandonare le aree interne privilegiando i quartieri
più raggiungibili della marina.

Gallicianò e il ritorno della spiritualità orientale.

Da segnalare, sempre a proposito del borgo di Gallicianò, l’apertura al culto nel ’99 della piccola chiesa ortodossa
di Panaghìa tis Elladas (Madonna dei Greci). La chiesetta di graziosa struttura contadina, edificata riadattando
con grande garbo una casa in pietra nella parte alta del paese, è aperta al culto e rappresenta, insieme al San
Giovanni Theristis di Bivongi la testimonianza, in un rinnovato clima ecumenico, di un ritorno “da pellegrini”
degli ortodossi in siti d’antichissimo culto greco.

 

La ristrutturazione è dovuta alla sensibile figura dell’architetto Domenico Nucera (Mimmolino l’Artista) di
Gallicianò. La fonte di ispirazione è il mondo architettonico-religioso bizantino di cui La Cattolica di Stilo (RC)
è l’esempio più alto e meglio conservato.
Sul piano generale della difesa della cultura ellenofona attiva a Gallicianò è l’Ass. Cult. “Cum.el.ca”

Roghudi Vecchio – Roghudi Nuovo: un’anima, due paesi.

O Rochùdi ti ìsso apànu O Roghudi che sei sopra
sto rumbùli, asce essèna, una roccia, di te
den sònno na addismonìo non mi potrò dimenticare

In questi sentimentali versi di Agostino Siviglia si racchiude l’emblematica storia di Roghùdi (Rochùdi o
Richùdi). Antico borgo ellenofono, il sito storico è ancora oggi posto su un gigantesco dente di roccia al centro
dell’imponente letto dell’Amendolèa. La collocazione molto interna nel cuore dell’area montana e quella che

 

potremmo sinteticamente definire oggi la “mancanza di servizi” convinsero la popolazione, in seguito agli eventi
alluvionali del 1972, ad accettare il trasferimento dell’abitato sulla costa nell’immediata prossimità di Melito.
Quando il tracciato non è penalizzato dalle continue frane, vale comunque la pena di visitare il sito storico di
Roghudi nonostante il penoso stato d’abbandono in cui versa questo magnifico borgo contadino e pastorale.
Parzialmente abitata è la frazione di Chorìo.
Senza particolari caratteristiche e un po’ anonimo è il paese nuovo posto sulla costa ma rilevante il dato che
molti dei suoi abitanti conservano la parlata greco-calabra.

San Giorgio Extra: gli ellenofoni a Reggio Calabria

La consistente immigrazione dalla aree interne ha creato una comunità greco-calabra anche nella stessa Reggio.
San Giorgio Extra, uno dei quartieri dell’immediata periferia cittadina, costituisce una piccola enclave linguistica
con presenze soprattutto choriate, roghudesi e gallicianesi.

I siti dell’Area Grecanica: l’area grecanica

Africo Vecchio: magnifici boschi e segni del passato

Seguendo una strada tortuosa che passa dalle pendici del monte Lestì e porta al piccolo centro di Casalnuovo,
proseguendo su un tracciato bianco percorribile soprattutto (e nell’ultima parte esclusivamente) a piedi attraverso
una magnifica zona boscosa si raggiunge il sito abbandonato di Africo Vecchio. A causa di una disastrosa frana
del 1951, Africo vecchio fu abbandonato e ricostruito a circa 15 km in linea d’aria, sulla costa jonica, vicino
Bianco.
Il paese al momento del definitivo abbandono non era ancora raggiunto dalla strada carrabile ed era collegato
da un semplice sentiero. Le difficili condizioni di vita degli africesi furono documentate dal regista calabrese Elio
Ruffo nel 1949. Negli anni ’20 Umberto Zanotti Bianco con sincero e nobile spirito meridionalista ebbe modo di
sostenere la causa dello sfortunato borgo pastorale.
Da visitare a piedi con un po’ di spirito avventuroso perché la natura si è progressivamente rimpadronita dell’abitato,
Africo Vecchio rimane un interessante esempio di antico insediamento rurale.

 

Brancaleone: dalla montagna al mare

Nato dall’abbandono progressivo dell’antico sito più a monte, il paese costiero si è caratterizzato per un’economia
basata sulla coltura del gelsomino oltreché del bergamotto, il noto agrume da essenza peculiare di tutta
l’area grecanica. Oggi la coltura del gelsomino nonostante la grande rilevanza sociale assunta sino agli anni
’50/’60 si può considerare scomparsa. Caratteristica dell’antico borgo di Brancaleone superiore, definitivamente
abbandonato nel corso degli anni ’70, è quella di essere posto su un’altura in un sito strategico data anche la sua
peculiarità di insediamento fortificato medioevale. Sperlinga, l’antico nome greco di Brancaleone, è probabilmente
dovuto alla presenza di una certa quantità di cavità naturali nei pressi del paese (In latino Spelunca, Grotta.
Anche il greco Spileos ha lo stesso significato). Sempre nelle vicinanze da rilevare la permanenza di resti di un
insediamento monastico greco.

Melito Porto Salvo. and Pentedattilo: from urban centre to Byzantine Nativity crib

Melito Porto Salvo has witnessed a rapid demographic increase over the past thirty years due, in particular, to
the abandonment of the inland areas. In the Byzantine era, its relative importance was due to its role as a satellite
burgh and doorway to the more important Pentedattilo.
Melito (in ancient times Melìto) owes its name to the river of the same name, potamòs tu Melìtu. In Arabic
too it was known as wadi al asal, the river of honey, due to the intensive production of honey in the area. The
second part of the place name is due to devotion to Our Lady of Porto Salvo, a seafaring name in an absolutely
rural ritual district.
Within the context of Italy’s national history, Melito is remembered for the Garibaldian landings of 1860 and 1862. The
town has grown dizzily over the past twenty years and does not contain any significant traces of its historical heritage.
The semi-abandoned ethno-architectural jewel of Pentedattilo (from Pentedàktylos, five fingers) is a totally different
case. This small town maintains its charm and is a historic treasure that deserves being known and safeguarded. Nestled
within the cornice of the five sandstone pinnacles which give it its name, this tiny burgh of Byzantine origin was
abandoned during the early 1950s having been declared unsafe due to collapse and “rebuilt” quite close (Pentedattilo
Nuovo). The remains of the ancient castle are scarce and the lovely little church of Saints Peter and Paul is in woeful
conditions. The village has been, for some decades now, a source of interest not only to historians and architects but
also to an international charity which is trying to revive it by organising cultural and eco-pacifist cultural events.

Palizzi and Pietrapennata: austere rocks and incomparable wine

Palizzi, which probably takes it name from Politzion, that is, “little city”, is magnificent, with its settlement
that seems to have been carved right into its imposing rock backdrop. The huge rock face hovers above the ancient
burgh with its ruined castle towering strategically atop the peak. It is worth noting that the area contains two
sulphur springs. The area is famous for its excellent wine, which Palizzi still manages to produce wine despite
the devastating fires that struck the district.
At 9 km from Palizzi at a higher altitude we find Pietrapennata. The mountain view of the surrounding area is
austerely beautiful. The tiny local church houses a lovely Gagini-school statue of the Madonna dell’Alica, once
belonging to a Byzantine sanctuary the ruins of which are still visible in Pietrapennata.
The town, naturally, has its own seaside equivalent (Palizzi Marina) on the coastal SS 106 state highway.

Roccaforte del Greco: an inimitable panorama

The Greek name for Roccaforte is Vunì (mountain) and the visitor will soon realise that this is in no way
due to chance. Situated very high up, at 971 m above sea level, this small and mainly pastoral village with its
Byzantine and Angevin historical roots, offers a magnificent view of a large part of the Amendolèa Valley as
far as the sea.

Bagaladi and San Lorenzo: the olive oil route

For visitors interested in typical produce, the territory of Bagaladi and San Lorenzo is famous for its first-quality
olive oil, celebrated and sought-after all over the region.
In the San Lorenzo area, with its lovely peasant hamlet of San Pantalèo, one finds the Sanctuary of the Madonna
della Cappella which houses a Byzantine icon.
Within the Bagaladi area is Sauccio of great interest to hikers with ruins of an old water mill and once a centre
famous for the construction of bagpipes, a craft no longer practiced here.

Staiti: midst Byzantines and macaroni

Not far from the small burgh of Staiti, leaving the coast road and turning left, one finds the abbey of Santa
Maria dei Tridetti, “discovered” by Paolo Orsi in1912. This Byzantine-Norman building goes back to the eleventh
century but had fallen into serious disrepair by the end of the 1200s to be abandoned completely in 1500s.
In simple elegant, austere, perfect eastern style, the abbey, recently subjected to rather questionable “restoration”
in “contemporary” style, remains, nonetheless, one of the area’s significant touristic-architectural attractions.
Finally, it is necessary to mention the historic “Macaroni Fete” held in the hamlet at the end of August.

Melito P.S. e Pentedattilo: da un centro urbano ad un presepe bizantino

Melito ha conosciuto una veloce crescita demografica negli ultimi trent’anni dovuta in particolar modo all’abbandono
delle aree interne. In età bizantina, infatti, la sua importanza era relativa collocata come borgo satellite,
sbocco al mare della più importante Pentedattilo.
Melito (anticamente Melìto) deve il proprio nome alla presenza del fiume omonimo, potamòs tu Melìtu. Anche
in arabo era definito wadi al asal, fiume del miele per l’elevata produzione di miele della zona. La seconda parte
del toponimo riguarda la devozione per la Madonna di Porto Salvo, culto soprattutto marinaro in un circondario
rituale assolutamente rurale.
Nel contesto della storia nazionale, Melito è ricordata per i due sbarchi garibaldini del 1860 e del 1862. La
cittadina è cresciuta vorticosamente negli ultimi vent’anni e non mantiene rilevanti tratti di patrimonio storico.
Assoluto gioiello etno-architettonico è invece il sito semi-abbandonato di Pentedattilo (da Pentedàktylos, cinque
dita). Il piccolo paese mantiene inalterato il suo fascino e costituisce un vero patrimonio storico da conoscere e da
tutelare. Dominato dagli imponenti cinque pinnacoli d’arenaria che impongono il nome al sito, il piccolo borgo
d’origine bizantina fu abbandonato nei primi anni cinquanta poiché dichiarato franante e “ricostruito” poco distante
(Pentedattilo Nuovo). Pochi sono i resti dell’antico castello ed anche in precarie condizioni versa la bella chiesetta
di San Pietro e Paolo. Il paese è, da decenni, al centro dell’attenzione non solo degli storici e degli architetti quando
anche del volontariato internazionale che sta cercando di rivitalizzarlo con iniziative culturali ed eco-pacifiste.

Palizzi e Pietrapennata: rocce austere e vino incomparabile

Probabilmente dal bizantino Politzion ovvero “piccola città”, Palizzi si presenta magnifica con il suo insediamento
che pare cesellato nell’imponente roccia. La grande parete sporge sull’antico abitato con in cima il
castello diruto collocato strategicamente. Da segnalare inoltre che sul suo territorio sgorgano due fonti sulfuree.
Notissima in tutta l’area per il vino eccellente, Palizzi riesce a mantenere una produzione qualitativa nonostante
i devastanti incendi che hanno colpito l’area.
A 9 km da Palizzi continuando a salire si giunge a Pietrapennata. Il paesaggio montano che lo circonda è di
austera bellezza. La chiesetta locale conserva la bella statua di scuola gagginesca della Madonna dell’Alica, una
volta parte integrante di un santuario bizantino di cui i ruderi sono ancora presenti nel territorio di Pietrapennata.
Naturalmente il paese ha una sua propaggine marina (Palizzi Marina) posta sulla statale 106.

Roccaforte del Greco: un panorama inimitabile

Il nome greco di Roccaforte è Vunì (montagna) ed il visitatore si renderà subito conto che si tratta di una scelta
non casuale. Posto molto in alto, a 971 m sul livello del mare, questo piccolo paese, ad economia soprattutto
pastorale ma con radici storiche bizantine ed angioine, dispone di una magnifica vista su una larga fetta della
Valle dell’Amendolèa sino al mare.
Bagaladi e San Lorenzo: la via dell’olio
Per i visitatori interessati al prodotto tipico, c’è da segnalare la produzione olearia qualitativa dei territori di

Bagaladi e San Lorenzo. L’olio di questa zona è pregiato e richiesto in tutta l’area.

Nel territorio di San Lorenzo, insieme al grazioso piccolo borgo contadino di San Pantalèo c’è da segnalare il
Santuario della Madonna della Cappella che custodisce un’interessante icona bizantina.
Nel territorio di Bagaladi è interessante per i camminatori l’area di Sauccio con i ruderi del vecchio mulino ad
acqua ed il centro di costruzione di zampogne oramai non più attivo.

Staiti: fra bizantini e maccheroni.

Nel territorio del piccolo borgo medioevale di Staiti, svoltando a sinistra sulla strada che dalla statale costiera porta
verso l’interno sorge l’abbazia di Santa Maria dei Tridetti. “Scoperta” da Paolo Orsi nel 1912. La struttura di epoca
bizantino-normanna risale all’XI secolo ma pare che già alla fine del ’200 fosse in grave decadenza e nel ’ 500 completamente
abbandonata. Di graziosa semplicità ed austerità, in perfetto stile orientale, l’abbazia ha recentemente subito
dei discutibili “restauri” in stile “contemporaneo” ma rimane una tappa culturale e turistico-architettonica di tutto rilievo
nell’area. Da segnalare infine l’oramai storica “Sagra del Maccherone” che si svolge in agosto nel borgo.