I Riza… La lunga radice dei Greci di Calabria The Riza… the Greek-Calabrian people’s ancient roots

I Riza… La lunga radice dei Greci di Calabria The Riza… the Greek-Calabrian people’s ancient roots

I Riza… La lunga radice dei Greci di Calabria
The Riza… the Greek-Calabrian people’s ancient roots

In principio c’era la Magna Grecia, ma dopo
avvenne che…

La grecità in Calabria ha radici antichissime che
non si limitano alla Magna Grecia ma si legano alla
storia del Tema tis Calavrìas, la provincia occidentale
dell’Impero Bizantino di cui la regione costituì per
secoli un avamposto. Certo rimane un fatto straordinario
la linea di ininterrotta continuità storico-linguistica
che lega le prime colonie greche agli ellenofoni
dell’Aspromonte di oggi.
Ma se è probabilmente più nota la fase magnogreca,
non altrettanto è quella bizantina che ebbe invece un
aspetto centrale non solo politico quanto soprattutto
culturale, costituendo un elemento imprescindibile di
lettura della storia regionale e facendo da rivitalizzante
volano della grecità calabrese. Senza dubbio dunque
la resistenza sino a tutt’oggi di comunità ellenofone
in Calabria (ed in Puglia) si deve alla fondamentale
spinta propulsiva del mondo bizantino. Buona parte
della storia calabrese dunque, non solo quella degli
ultimi testimoni linguistici dell’Aspromonte, va rivista
alla luce di questa cardinale finestra “orientale”.
Inizieremo dunque il nostro percorso “direttamente”
dal mondo bizantino d’Italia.

Allargando gli orizzonti… dall’Italia bizantina
alla Calabria bizantina

Alla morte di Atalarico, nipote e successore di Teodorico,
nel 534 gli insanabili scontri ereditari fra i
Goti diedero all’imperatore d’Oriente, Giustiniano I
(527-565) l’atteso pretesto per intervenire in Italia. In
generale questo faceva parte di un complessivo piano
di riconquista della sezione occidentale dell’Impero

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considerata parte dell’eredità romana. Inoltre, senza dubbio, i bizantini trovavano nell’Italia meridionale genti di
comune radice culturale, gli eredi ellenofoni della Magna Grecia. Com’è noto, l’anima latina e quella greca avevano
da sempre convissuto nella storia dell’Impero Romano in quella magnifica osmosi civile che ben conosciamo.
A proposito dell’identificazione culturale con l’Impero medesimo bisogna notare che i Bizantini definivano
essi stessi Romioi in altre parole Romani. Lo stesso cognome Romeo tutt’oggi presente nella Calabria di radice
bizantina significa, in greco, “romano”.
Lo scontro fra Goti e Romei durerà circa vent’anni, dal 535 al 554, stremando non solo i combattenti quanto la
stessa Italia campo di battaglia ed oggetto della contesa. La “pacificazione” dell’Italia resse ben poco. Nel 568,
infatti, l’invasione longobarda sconvolse gli equilibri della Penisola costringendo i Bizantini ad una coabitazione
con i vari principati longobardi che si vennero a creare in vari punti d’Italia. In linea di massima per qualche
tempo i longobardi si attestarono maggiormente nel nord lasciando l’area meridionale all’Impero d’Oriente. Già
dal VI secolo, in ogni modo, i domini bizantini d’Italia vengono organizzati politicamente in Esarcato (in questo stesso periodo s’inizia ad utilizzare la parola exarchos con il significato di comandante militare supremo). L’Esarca
d’Italia era così l’autorità suprema della Penisola. Sino alla conquista longobarda del 751, sede dell’Esarcato
rimase Ravenna data la sua posizione strategica anche per il controllo dell’Adriatico. Già all’inizio del VII secolo
il territorio bizantino in Italia si era ridotto alla Laguna Veneta, alla Romagna, alle Marche settentrionali, allo
stretto corridoio umbro della Via Armerina al Ducato di Roma, a quello di Napoli alla costa pugliese ed a quello
calabrese a sud del Crati. Sardegna e Sicilia appartenevano all’Esarcato d’Africa. Solo verso la fine del VII secolo
la Sicilia stessa fu trasformata in Tema con giurisdizione anche sulla Calabria. In quello stesso periodo il nome
Calavrìa fu trasferito dalla Terra Salentina all’antico Bruttium. L’odierna Calabria appunto.
Nei primi decenni del IX secolo iniziò la conquista araba della Sicilia promossa dagli Aghlabiti. La conquista
della Sicilia non fu contrastata decisamente poiché il potere centrale pareva più preoccupato di difendere gli
stessi Balcani insidiati dall’espansione islamica (gli arabi avevano, infatti, presa Creta nel 826). La presenza
araba in Sicilia favorì anche sul continente la diffusione di truppe mercenarie nordafricane al soldo degli stessi duchi bizantini. Questo comportò una convivenza non sempre facile fra le milizie saracene e le popolazioni
locali. Doveva essere veramente labile, sotto tutti i punti di vista, agli occhi degli abitanti la distinzione fra l’arabo
che piombava sulle coste calabresi per una scorreria e quello presente più stabilmente “per lavoro”, come
mercenario militare. Si tratta, comunque, del segno di una situazione forzatamente “multietnica”, diremmo con
parole d’oggi, ma resa ancor più precaria dai rapporti altalenanti dei bizantini con i principati longobardi (oscillanti
fra atteggiamenti di vassallaggio e di rivalità con il mondo bizantino). Questi erano, infatti, presenti nello
stesso Mezzogiorno ed anche alle loro dipendenze operavano spesso milizie di ventura saracene confondendo
ulteriormente lo scenario.
Sotto il profilo politico, nonostante la caduta della Sicilia, la Calabria continuò ad essere ad essa assimilata sino
al X secolo. Solo allora l’amministrazione bizantina inizierà a riconoscere “ufficialmente” la sconfitta siciliana ed
a varare il Tema tis Calavrìas. D’altra parte l’amministrazione del Tema di Calabria non si presentò facile per i
bizantini. Le lunghe coste della regione erano quasi impossibili da controllare tutte e le incursioni saracene erano
continue e devastanti. La presenza araba in Calabria, per tutto il periodo bizantino assunse probabilmente anche
caratteristiche pressoché stanziali. Le milizie di ventura saracene significavano anche l’aggregazione di vere e
proprie comunità legate alla loro attività. Reggio Calabria deve essere stata a lungo una città multilinguistica e
multireligiosa con elementi latini, greci ed arabi e con forme di culto differenti che convivevano di fatto. Toponimi
stessi come quello del paese aspromontano di Bagaladi si potrebbero far risalire a forme arabe come Baha
Allah (Benedetto da Dio).
Alla fine del IX secolo Reggio, riconosciutamente capitale religiosa della Calabria, fu elevata al rango di
metropoli. Tale Leone o Leonzio, è menzionato come metropolita al sinodo costantinopolitano del 879/880. L’ascesa
di “prestigio” della Calabria fu, probabilmente, anche dovuta alla progressiva perdita del Tema di Sicilia,
sino alla rovinosa conquista e saccheggio di Siracusa da parte degli arabi nel 878. Quando ciò era possibile, la
politica bizantina faceva coincidere la capitale di un Tema ad un centro spirituale. Così Reggio divenne epicentro
spirituale di gran parte della Calabria. Sue suffraganee erano le sedi episcopali di Vibo, Taureana, Locri, Rossano,
Squillace, Tropea, Amantea, Crotone, Cosenza, Nicotera, Bisignano e Nicastro. Nello stesso periodo nella Calabria
settentrionale sotto la metropoli di Santa Severina erano riunite le diocesi suffraganee di Umbriatico, Cerenzia,
Isola Capo Rizzuto e Gallipoli. La presenza di questa diocesi pugliese, lontana via terra ma non altrettanto
via mare, era dovuta probabilmente alla necessità di subordinare alla più vicina nuova diocesi una città ricostruita
e ripopolata recentemente per ordine di Basilio I dopo le devastazioni arabe. Naturalmente tutta quest’attenzione
da parte dell’Impero alla buona organizzazione delle diocesi di rito greco va ricondotta al secolare braccio di ferro
fra Bizantini e Papato. Entrambi giocavano a mantenere la giurisdizione sulle proprie diocesi in una continua
contrapposizione fra rito romano e orientale e naturalmente miravano ad acquisirne altre.
A tale complessiva riorganizzazione della Calabria e della Puglia sotto Basilio I si deve anche l’operazione di
ripopolamento delle province stremate demograficamente dalle guerre con gli arabi. Ripopolamento parzialmente
conseguito con immigrazioni forzate di servi orientali e nel caso della Calabria anche con congrui contingenti
militari armeni. Oltre che varie tracce nell’onomastica calabrese, di questa immigrazione permane il toponimo di
Rocca Armegna, in italiano Rocca degli Armeni. Il paese fondato con l’insediamento di un contingente militare
armeno ebbe per alcuni secoli importanza strategica grazie all’imponente castello. Fu abbandonato dagli abitanti
solo ai primi del 1900. La deportazione di popolazioni barbare o servili era un’antica tradizione del mondo bizantino.
Spesso ove necessitavano contadini/soldati, nelle zone di frontiera o a rischio militare l’Impero provvedeva
con questo strumento a rafforzare la propria presenza. Questo, verosimilmente, costava meno dell’invio di
milizie dalla capitale. D’altra parte, la disponibilità militare di Bisanzio verso i suoi confini occidentali fu sempre
molto più debole rispetto alla maggiore attenzione dedicata ai confini asiatici e balcanici. La stessa ricca Sicilia
venne persa per queste ragioni. I nemici del momento, arabi, longobardi o normanni che fossero venivano tenuti
a bada più con la diplomazia e la corruzione o il versamento di tributi talvolta anche molto pesanti che con il vero
e proprio ricorso alle armi.
Come in tutto il mondo bizantino, la spiritualità aveva un ruolo centrale nella vita sociale e culturale. Il monachesimo
greco, essenzialmente laico, ne fu il motore principale. Per ogni ceto sociale, dai nobili ai contadini,
il monaco rappresentava, nel mondo bizantino, un vero modello esistenziale. Anche in Calabria, come in tutto
l’Impero, fu elevato il numero dei monasteri privati costruiti spesso nei luoghi più impervi ed inaccessibili per garantire l’isolamento e la quiete che i monaci cercavano. Esempio più alto del monachesimo calabrese è senza
dubbio la figura carismatica di San Nilo di Rossano. Di alta levatura morale e raffinata cultura egli godette di
una certa fama ed autorità già in vita nonostante il grande rigore della sua scelta ascetica. L’agiografia monastica
calabrese sotto i bizantini è ricchissima tanto da far meritare alla regione l’appellativo di aghiotokos ovvero
“madre di santi”.
Sotto il profilo economico la coltura del gelso era senza dubbio quella più redditizia in Calabria. Si trattava
di gelsi da foglia piuttosto che da frutto, “mirati” alla sericoltura. La coltivazione di questa pianta subordinata a
lunghi tempi di attesa prima di essere redditizia (circa 10 anni) era soprattutto nelle mani della Chiesa e dunque
dell’Imperatore poiché nel mondo bizantino produzione e smercio della seta erano rigorosamente controllati
dallo Stato. La presenza documentata di migliaia di alberi produttivi ci restituisce un’immagine della Calabria
bizantina come in realtà molto ricca più che depressa dalle guerre e dagli scontri continui con gli arabi come nei luoghi comuni storici.
A livello commerciale il Tema bizantino di Calabria ebbe solidi rapporti con la Sicilia araba che costituiva
mercato per le sue sete. Tant’è che invece del Nomisma circolava il Tarì, moneta araba battuta in Sicilia. C’è in
ogni caso da notare che il Tema bizantino pagava anche agli scomodi vicini un pesantissimo tributo annuale in
cambio della limitazione di razzie e scorrerie.
In epoca bizantina va rintracciata la radice della tendenza allo spostamento degli insediamenti dal mare alla
montagna per motivi sia difensivi sia di salubrità data la condizione di palude di buona parte delle zone costiere.
Questo è rimasto sino ad ora un aspetto caratterizzante del paesaggio antropizzato in Calabria anche se proprio
nel XX secolo si è assistito al processo opposto: l’abbandono dei siti interni per quelli costieri più facilmente
raggiungibili.
Nuovi e decisivi protagonisti sulla scena storica del Mezzogiorno bizantino sono i Normanni. Giunti inizialmente
come milizie di ventura nei primi anni del sec. XI, i cavalieri del Nord intrapresero la conquista
sistematica sia dei temi bizantini sia della Sicilia araba debolmente retta dai Kalbiti. Gli eventi precipitarono anche in relazione al grande scisma del 1054 che separò
la chiesa costantinopolitana da Roma. Ciò sancì
il sostanziale appoggio del Papa ai Normanni contro i
Bizantini scismatici. Inoltre Roma, da tre secoli, non
si rassegnava alla perdita delle diocesi siciliane e calabresi
poste sotto il controllo diretto di Bisanzio. Di
queste e da sempre meditava la riconquista. Nel 1059
Roberto il Guiscardo prendeva Reggio e nel 1071 con
la caduta di Bari si poteva considerare concluso il dominio
politico dei bizantini sul Sud d’Italia e l’inizio
della massiccia latinizzazione del culto e della lingua,
specialmente in Calabria e Sicilia.

Mille anni di lentissimo declino della Grecità
in Calabria

Sta di fatto che la latinizzazione religiosa che era
stata più rapida altrove trovò in Calabria una certa
resistenza, addirittura apparente protezione presso i
nuovi padroni normanni. Attenzione però a non immaginare
una sorta di mondo bizantino intatto “senza
Bisanzio”. Già sotto i normanni se per alcuni decenni
l’aristocrazia culturale greca in tutto il Sud Italia e
in larga parte della Calabria otterrà un certo rispetto,
dall’altra parte, in modo irreversibile, inizia la crisi
del mondo ellenofono. I normanni stessi impiantavano
esclusivamente nuove diocesi latine. Per motivi
di prestigio, per non essere socialmente declassato, il
clero greco si latinizzò. I bizantini, dunque, non sbagliavano
a considerare strategico il legame fra centri
politici e centri spirituali. La rarefazione dell’ellenofonia
in Calabria può così essere parzialmente dovuta
alla progressiva latinizzazione delle diocesi. Come
osserva Vera von Falkenhausen, alla fine del periodo
Svevo gli ellenofoni superstiti erano in genere contadini
analfabeti incapaci di gestire le istituzioni religiose
ed economiche greche. Sostanzialmente la cultura
greca cambiò collocazione a tutto suo svantaggio. Da
cultura dominante divenne cultura subalterna, sempre
più legata ai ritmi ed alle funzionalità di un mondo
interamente orale come quello pastorale e contadino.
La latinizzazione che diverrà vorticosa dal XV secolo
in poi verrà sia incoraggiata dall’avvicendarsi di dominatori
di sicura fede romana (Angioini, Aragonesi,
Spagnoli) sia, alla fine, dallo stesso clima della Controriforma.
La presenza di comunità ellenofone, per quanto subalterne
continuò ad avere un suo ruolo nel contesto
mediterraneo. La Calabria meridionale era ancora sostanzialmente
ellenofona ancora fra il XIV ed il XV
secolo. Tutt’oggi fortissime sono le tracce di questa

 

presenza linguistica e culturale nella toponomastica, nell’onomastica, nel cosmo etno-antropologico, nei dialetti romanzi stessi di tutta la regione ma in particolare nel suo segmento centro-meridionale. Sino a quando sopravvisse l’Impero d’Oriente, sotto i Normanni e poi con Federico II sino a circa al 1600 probabilmente i rapporti intermediterranei
fra ellenofoni”d’occidente” e madrepatria linguistica rimasero in qualche modo attivi, favoriti anche
dai commerci delle repubbliche marinare e dalla continua attività dei marinai greci. Non si può, inoltre, escludere
una certa quantità di migrazioni verso occidente dai Balcani e dalle Isole greche che andarono a rimpinguare la
presenza ellenofona in Calabria, in particolare nel periodo di massima pressione turca. La spinta turca sui Balcani
e sul Mediterraneo continuò nonostante il freno posto dalla storica sconfitta di Lepanto ad opera della flotta “cristiana”
(1571). Alcuni decenni dopo Cipro, anche Creta nel 1669 cade dopo un assedio che durava dal 1644. Come
dato di fondo non bisogna trascurare che storicamente l’Italia (ed il particolarmente accessibile Mezzogiorno) è
sempre stata vista dai popoli balcanici come sponda utile in gravi momenti di crisi. Si pensi all’epica migrazione
degli Albanesi di Skandeberg come alle ondate di immigrazioni clandestine della fine del XX secolo.

 

A proposito della lunga resistenza del rito greco in Calabria, sta di fatto che l’ultima diocesi orientale a cadere
fu proprio Bova (Vùa) nel 1572. La romanizzazione, ironia della sorte, avvenne proprio per mano di un vescovo
di origine cipriota e dunque egli stesso orientale, Giulio Stavriano. La comunità locale si vide privata del rito
greco con un vero e proprio colpo di mano con il quale da un giorno all’altro venne instaurato quello romano.

Il XIX secolo si “accorge” dei greci di Calabria

La presenza di ellenofoni in Calabria finì per passare sotto silenzio per secoli. Probabilmente per le condizioni
di marginalità della regione che si accentuarono fortemente già dal XIII secolo sino a divenire drammatiche con
l’unificazione nazionale. Nell’ottocento la Calabria ellenofona doveva già probabilmente limitarsi all’Aspromonte
jonico meridionale, e molto probabilmente, alla locride in un’area geografica poco raggiungibile anche
dalla stessa Reggio Calabria. Il territorio impervio dell’Aspromonte, con il suo isolamento, garantì la permanenza
di un’economia chiusa, diremmo di autarchica sussistenza sino in sostanza alla seconda guerra mondiale. Questo cosmo di fatto autosufficiente consentì la resistenza dell’idioma. “Scopriranno” la presenza dei greci di
Calabria (e di Puglia) alcuni folcloristi del XIX secolo sull’onda della generale moda europea che spingeva alla
raccolta dei cosiddetti “canti popolari” e che in Italia aveva avuto una sequenza di illustri cultori: Tommaseo,
Imbriani, Nigra, Rubieri, D’Ancona, Pitrè (per fare alcuni nomi noti ancora oggi) sino a Comparetti.
Dal nostro punto di vista registriamo come particolarmente interessante, anche se esigua, la presenza del
mondo grecanico nella letteratura demologica ottocentesca. Si “scopriva” che, oltre al Salento, anche un oramai
ristretto numero di paesi dell’Aspromonte meridionale conservava la parlata greca. “Saggi dei Dialetti Greci
dell’Italia Meridionale” di Domenico Comparetti, che esce nel 1866, è un esempio indicativo di questo rinnovato
interesse. Nella sua stessa presentazione ai “Saggi”, Comparetti traccia un panorama di edizioni sulla lingua dei
greci di Calabria e di Puglia piuttosto limitato ancora oltre la metà dell’Ottocento e lascia chiaramente intendere
quanto la stessa esperienza di Cesare Lombroso, che lo aveva preceduto con una sorta di diario di viaggio in
area grecanica non fosse qualitativa filologicamente poiché costituita in tutto da “una ventina di versi in pessimo
stato, ed un piccolo numero di vocaboli raccolti a Bova, o nei paesi greci prossimi a questa”. Comparetti, per
conto suo, fa presente molto chiaramente ed onestamente di aver attinto a fonti scritte senza mettere mai piede a
Bova. Dei trentotto canti del suo corpus, ben trentacinque provengono da una raccolta effettuata nella Chora da
un professore del Liceo Classico di Reggio Calabria, tale Tarra (altrove Terra). Gli altri tre, raccolti nel 1821 da
Witte, sempre provenienti da Bova, gli arrivano dopo numerose trascrizioni ed edizioni fra cui la più rilevante è
la raccolta di canti greci del Passow. Nonostante siano pervenuti a noi solamente nella forma del testo questi canti
conservano per il lettore un innegabile fascino.
Una migliore attenzione non sarà su altri versanti riservata ai greci di Calabria dal citato Cesare Lombroso la
cui osservazione, fra il positivista e l’antropometrico, rimanda più ad archivi ed a tassonomie animali che ad un
vero discorso su una realtà culturale e la sua alterità. Così sono descritti gli abitanti dell’Aspromonte ellenofono
in alcune pagine del suo “In Calabria” un testo definitivamente edito nel 1898 ma che era già apparso sin dal 1862
sulla “Rivista contemporanea”:
Molti di essi, specialmente i ricchi, conservano il tipo dell’Attica; fronte alta, spazio interoculare largo, naso
aquilino, occhi grandi e lucidi, labbro superiore corto, bocca piccola, cranio e mento arrotondati, tutte le linee
del corpo dolci ed aggraziate.
Il loro temperamento è linfatico e nervoso; fini, astutissimi, lascivi hanno grande mobilità di idee, tendenza al
procaccio, e un poco al furto, somma facilità al canto e all’armonia.
Mentre sentiva a suo modo l’urgenza di “trascrivere quelle pochissime strofe prima che la stregua dell’Unità
giunga a cancellare queste ultime e prestigiose vestigia dell’ellenismo”. E pur nelle patenti superficialità filologiche
denunciate da Comparetti, Lombroso ebbe comunque lo scrupolo di fornire almeno alcune sempre sommarie
descrizioni della realtà sociale ed economica dei greci di Calabria.
Sul versante storico-linguistico sono Morosi e Pellegrini ad “accorgersi” dei greci di Calabria (A. Pellegrini, Il
dialetto greco-calabro di Bova, Torino, 1880) ma le loro ipotesi sull’origine della presenza ellenofona in Calabria
per immigrazione dal mondo bizantino fra il VI e il X secolo non sono oggi accreditate dagli studiosi
Luigi Borrello (Bova 1871 – Palermo 1949) è senz’altro in questa fase storica una figura importante. In primo
luogo perché bovese e quindi osservatore privilegiato della cultura locale. A lui si devono una serie di importanti
note che furono fondanti per gli studi successivi sul greco di Calabria.

Il XX secolo e la profonda crisi del mondo greco-calabro

Il più qualitativo interesse del mondo scientifico e culturale verso i greci di Calabria che si generò soprattutto
nella seconda metà del ‘900, non riuscì ad incidere socialmente intervenendo sull’irreversibile crisi della lingua
grecanica. “Grecanico” (“Piccolo” greco, greco “minore” a rilevare il carattere dialettale della lingua locale differenziandola
dal greco della Madrepatria, il Neogreco) è in ogni modo un’espressione di origine colta. I greci di
Calabria definiscono sé stessi greki, taluni considerano l’espressione “grecanico” addirittura offensiva preferendo
altre dizioni quali: greco di Calabria, greco-calabro, etc..
Il XX secolo portò con sé la crisi del grecanico per le enormi trasformazioni sociali ed economiche che
la cosiddetta “modernità” aveva ingenerato nell’area, prime fra le altre le scelte antimeridionaliste dello stato
unitario, l’emigrazione e lo spopolamento delle aree interne. Non sono da trascurare inoltre fattori psico-sociali

 

importanti. Difatti già dal ventennio fascista in poi la lingua ed il mondo greco-calabro erano identificati come tratti di arretratezza e di sottosviluppo da “dimenticare” al più presto. I maestri infliggevano umilianti punizioni agli alunni sorpresi a parlare una lingua “straniera” in classe e varie testimonianze confermano che una delle più comuni espressioni, utilizzata per dare dell’idiota a qualcuno nella stessa Bova degli anni ‘30-’40, era “mi pari nu grecu”. Sicuramente da quel momento storico in poi il grecanico venne identificato dalle stesse popolazioni locali con il sottosviluppo economico e l’emarginazione sociale. Nel frattempo una serie di frane e di alluvioni che dagli anni ‘50 in poi colpirono le comunità dell’interno finirono per disperdere materialmente le comunità medesime e con esse la lingua. I borghi pastorali e contadini venivano “ricostruiti” in anonimi paesi dormitorio sulla costa a decine di chilometri dal sito originario, gli abitanti trasferiti in massa. Questa sorte toccò ad Africo nel 1951 ed a Roghudi nel 1972. Ma sia pressoché contemporaneamente Gallicianò che anni dopo la stessa Bova (frane nel 1972/73 e terremoto nel 1978) non furono esenti da tentativi di trasferimento completo dell’abitato più o meno fondati su disastri naturali o appoggiati

 

da speculazioni politiche. È da considerarsi miracolosa la resistenza degli abitanti nei pochi borghi ellenofoni
che oggi sopravvivono nell’interno in particolare per le difficili condizioni logistiche (oltrechè economiche: da
pochissimo gode di una strada completamente asfaltata Gallicianò, la stessa “capitale morale”, i Chora tu Vùa,
Bova è ancora collegata da un impervio tracciato di primo ‘900).
Attorno al 1920 il greco di Calabria scompariva da Cardeto per poi limitarsi a cavallo delle due guerre ad
Amendolèa (Amiddalia), Bova (Vua), Gallicianò (Gaddicianò), Condofuri (Condochuri), Roccaforte del Greco
(Vunì), Roghudi (Richùdi).Sicuramente scomparve ancor prima dall’uso quotidiano anche a Pentedattilo,
Palizzi, Staiti, Brancaleone e Africo fra XIX e XX secolo anche se dati precisi in tal senso non sono a nostra
conoscenza.
Oggi il greco di Calabria è parlato dalle fasce generazionali anziane di Bova, in modo più diffuso ma frammentato
e quasi mai pubblico a Gallicianò ed a Roghudi Nuovo. In casi oramai isolati a Condofuri ed Amendolèa. Si
può considerare scomparso da Roccaforte.

 

Si deve comunque alla fondamentale attività del
grande filologo tedesco Gerhard Rohlfs (Berlino
1892 – Tubinga 1986) ed alla sua capillare ricerca
“sul campo” se molto del patrimonio linguistico ellenofono
è stato salvato. La sua attività già a partire
dagli anni ‘20 finì, in particolare dopo la guerra, per
aggregare intorno a sé ed ai suoi fondamentali scritti
tutta una serie di giovani entusiasti sia in Italia che
all’estero. Sin dagli anni ‘60 assolutamente rilevante
fu l’attività di ricerca e di animazione di un gruppo
di giovani storici e filologi calabresi che diede
successivamente vita sia all’Associazione Culturale
“Calavrìa” (1986) che al periodico “La Jonica” (edito
dal 1969 al 1980), in particolare Domenico Minuto,
Franco Mosino e Velia Critelli. Gli anni ‘50
rappresentarono un autentico momento di fioritura
degli studi sui greci di Calabria, da Rossi Taibbi e
Caracausi a Benito Spano al greco Karanastasis che
con i cinque volumi del suo “Vocabolario Storico dei
Dialetti Greci dell’Italia Meridionale” contribuì alla
sistemazione del prezioso bagaglio linguistico dei
greci di Calabria e di Puglia.
Gli anni ‘60 e ‘70 furono comunque decisivi per la
nascita di una coscienza collettiva da parte dei greci
di Calabria circa l’importanza del proprio patrimonio
linguistico. Iniziarono così a nascere una serie
di associazioni culturali che saranno poi più o meno
attive nel sostenere il recupero e la salvaguardia delle
radici culturali. Fra le varie associazioni culturali
nate nel tempo segnaliamo come particolarmente
attive “Cum.el.ca” di Gallicianò e “Ialò tu Vùa” di
Bova Marina.
La legge di tutela delle minoranze etniche (15
dic. 99 n. 482) che sembrava aprire nuove prospettive
per i greci di Calabria non ha dato, tutto sommato,
risultati apprezzabili. Rimane ferma l’attività
dell’I.R.S.S.E.C. (Istituto Regionale Superiore Studi
Elleno-Calabri) di cui esiste da anni la struttura a
Bova Marina.

Cosa leggere sul mondo bizantino:

– G. Ostrogorsky, Storia dell’Impero Bizantino, Torino,
1968
– V. Von Falkenausen, La dominazione bizantina
nell’Italia Meridionale dal secolo IX al secolo XI,
Bari, 1978

villa sul mare area grecanica pucambù

Lingua e poesia di un’antica cultura da salvare
The language and poetry of an ancient people;
a cultural heritage worth saving

Il greco di Calabria che ancora oggi resiste sull’Aspromonte Meridionale è stato, potremmo dire nell’ultimo millennio, una lingua essenzialmente orale. Sicuramente un uso circoscritto al mondo subalterno contadino e pastorale ne ha limitato la versatilità ed il vocabolario. Dalla caduta del Tema tis Calavrias al XX secolo non si può, verosimilmente, affermare che sia esistita una tradizione storica scritta del greco di Calabria a parte alcune rilevanti ma isolate eccezioni come quella di Antonio De Marco del 1600, “scoperta” in tempi relativamente recenti da Franco Mosino. Fra il XIX ed il XX secolo la lingua ha ripreso ad essere anche trascritta, ma utilizzando caratteri latini data la collocazione della minoranza in area italiana. Tutti questi sono problemi naturalmente da categorie sociali alfabetizzate e che l’area rurale ellenofona, di cultura orale, non si è posta per secoli. Certo, il riaccendersi in tempi recenti di rapporti culturali con la madrepatria linguistica se da una parte ha incoraggiato la resistenza dei greci di Calabria dall’altra ha in ogni caso posto il problema della comunicazione e, conseguentemente, dell’alfabeto. Di fronte ad una lingua fortemente in crisi si pongono alcuni importanti problemi di scenario anche in virtù della recentissima (e forse un po’ tardiva) legge di tutela delle minoranze linguistiche italiane. Si riuscirà ad insegnare il greco di Calabria nelle scuole? Ed accanto ad esso bisognerà insegnare anche il neogreco per dare una prospettiva più ampia alle antiche radici? Sono due domande fondamentali e di difficile risposta ma che contengono alcune delle prospettive di salvezza per la lingua. Tutte le altre riguardano il mondo economico. Senza alcun progetto di sviluppo sostenibile per le aree interne esse saranno oggetto di definitivo svuotamento: tipote ànthropo, tipote lòghia (nessun uomo, nessuna parola).

 

 

Dalla poesìa contadina ad una nuova voce ellenofona

Un mondo contadino e pastorale legato ad una cultura trasmessa oralmente non ha potuto lasciare molte testimonianze
scritte. Essenzialmente le voci ellenofone sono state più trascritte che scritte. Come il caso dei folcloristi
italiani “a caccia” di canti popolari anche fra i greci di Calabria nel XIX secolo. Nel XX secolo, la diffusione
dell’alfabetizzazione ha fatto sì che alcuni poeti del mondo contadino abbiano in qualche modo potuto lasciare
una traccia della loro voce. Senza dubbio si tratta di testi inconfondibilmente legati ad una matrice “orale”, a ciò
che anche in area ellenofona si definiva il puesiare ciò il creare estemporaneamente, a braccio, forme poetiche
secondo i canoni tradizionali. Questa traccia pastorale e contadina si legge grossomodo nelle voci più importanti
della poesia tradizionale grecanica: Bruno Casile, Mastr’Angelo Maesano, gli stessi fratelli Siviglia.
Diverso il caso di Salvino Nucera. Per quanto anch’egli provenga da un mondo profondamente popolare, si
tratta di un autore che ha avuto l’opportunità di compiere studi letterari e di elaborare un proprio percorso in un
ambito direttamente “scritto”. Di natura senz’altro letteraria, a tratti intellettuale (nel senso migliore del termine),
è l’esperienza di questo scrittore che rappresenta oggi, fuori dal panorama del puesiare contadino, la voce più
alta della scrittura in greco di Calabria.

Poeti greco-calabri del ‘900

Bruno Casile (Bova 1923 – 1998)
Bruno Casile deve parte della sua notorietà alla “scoperta” della sua poesia “contadina” ad opera di Pasolini.
Era un uomo schivo tanto da parere scontroso. In realtà la sua riservatezza montanara legata ad un modo viscerale
di vivere i luoghi e la terra di appartenenza si trovano alla radice delle sua esperienza di poeta popolare. Nei
versi che seguono l’esaltazione sentimentale di un semplice cosmo rurale profondamente amato bene riflettono
la figura di Casile.
Musulupare (Gallicianò)

I manamu mu gapai Mia mamma mi ama
mu gapai, mu gapai mi ama, mi ama
jatì an da pediati perché dei suoi bambini
egò imme i protinì io sono la più grande
O ciùrimu mu gapai, Mio padre mi ama
mu gapai, mu gapai mi ama, mi ama
jatì egò sto spiti perché in casa
canno panda ticandì faccio sempre qualcosa
O pappùmmu mu gapai Mio nonno mi ama
mu gapai, mu gapai mi ama, mi ama
jatì tu ferro panda perché gli porto sempre
mmia llampa zze crasì un bicchiere di vino
I pudda mu gapai La gallina mi ama
mu gapai, mu gapai, mi ama, mi ama
jatì catha mera perché ogni giorno
egò ti ddonno to faghì le do da mangiare
I scidda mu gapai La cagna mi ama
mu gapai, mu gapai mi ama, mi ama
jatì otu o cosmo perché così il mondo
tis tin ècame ti zzichì ha creato il suo animo.
I gadara mu gapai, L’asina mi ama,
mu gapai, mu gapai, mi ama, mi ama
jatì ti donno ja na fai perché le do da mangiare
catha mera pleo poddì. ogni giorno di più.

 

Mastr’Angelo Maesano (Roghudi Vecchio 1915 – Roghudi Nuovo 2000)
Splendido, carismatico personaggio di emblematica saggezza antica, Mastr’Angelo Maesano ha saputo spesso
coniugare la limpida semplicità dei suoi versi ad un vissuto tante volte drammatico legato all’esperienza della
guerra e del campo di concentramento ed alle sorti del suo paese, Roghùdi. Il soprannome di Mastro che lo ha
accompagnato tutta la vita si deve alla professione artigiana di muratore. Musicista e raffinato cantante della tradizionale
traguda sulla ciaramedda, Mastr’Angelo è rimasto sino all’ultimo un mite ma deciso testimone della
grecità calabrese.

Calabria dìkimu ti ìsso addimonimèni Calabria mia che sei dimenticata
andi Europa ìsso cipùri d’Europa eri il giardino
athìsse mia forà kàtha domàdi fiorivi una volta a settimana
ciòla to chùma èkanne addùri anche la terra profumava
ma i àthropi ti èchome sti Roma ma quelli che abbiamo a Roma
se afìkai na pethànnise àsce pìna ti hanno lasciata morire di fame
Ecìtte apàno kanè se canunài Di là sopra nessuno ti guarda
iatì èchusi iomàti ti cilìa. che hanno già la pancia piena
Ciuma pos ène ènan àthropo palèo dormi come fa un vecchio
ti èrkete kanè ti se asciunnài perché nessuno verrà a svegliarti

Salvino Nucera Bed and breakfast villa sul mare Pucambù

An èchise pìna sire tin currìa Se avrai fame stringi la cinghia
ti èrkete i òra ti o ìlgio èchi na pettòi che arriva l’ora quando il sole dovrà levarsi
Pis èkame zimìa èchi na clèi chi avrà fatto danni dovrà piangere
iatì ciòla o Christò mas afudài perché anche Cristo ci aiuterà

Agostino Siviglia (Chorìo di Roghudi 1934)
Simile al fratello Salvatore, anch’egli poeta popolare, nell’orgogliosa difesa della cultura d’appartenenza,
Agostino Siviglia rappresenta una sincera voce di nostalgia per un cosmo arcaico infranto dalla “deportazione”
degli abitanti di Roghudi e di Chorìo nel nuovo sito nei pressi di Melito.

Ghorìo dicòmmu Paese mio
pos eienàstise palèo come ti sei fatto vecchio
glossa dichìmu lingua mia
plèo den tragudào più non canto
Thorò to spìti Vedo la casa
ti einasti palèo ch’è diventata vecchia
ciòla t’ambeli la vigna pure
ti eienàsti ghierondàro. che s’è appassita
Condoferro apìsso Ritorno indietro
ce clònda pào jatì e vado piangendo perché
tin màna den eho plèo. la mamma non ho più
Ce essà filisa, paracalò E voi amici, per favore
mi fighite appòde ando horìo non fuggite il mio paese
Mathete tin glossa ton pedìo Insegnate la lingua ai bambini
jatì imme palèo ce egò pào. ch’io sono vecchio e passato oramai

 

Salvino Nucera (Chorìo di Roghudi 1953)
A Salvino Nucera si deve un innovativo ampliamento degli orizzonti compositivi con un percorso che tenta di
coniugare una lingua molto arcaica, dall’aspro e, talvolta, ristretto bagaglio lessicale con nuove esigenze espressive.
Nascono così alcune raccolte poetiche come Agapao na graspo (Amo scrivere), successivamente Chimàrri
(Rivoli, 1999) sino a Spichì sto monostrofiddho (Anima nel vortice, 2013). Sempre a Salvino Nucera si deve il
primo romanzo in greco di Calabria Chalonero (1993) e il successivo I Anèvasi (l’Ascesa, 2009).
Struggente la lirica che segue sull’addio estremo.

Irthe i ora È giunta l’ora
na choristò, fili del commiato, amici.
Tipote daclia. Nessuna lacrima
Mi arotate pu pao: Non chiedete dove andrò:
den to scero. non lo so.
Den perro tipote methemu Non porterò nulla con me.
Afinno ston kerò Lascerò al tempo
ta onira charratimena. sogni dispersi.
I agapi ja ti zoì L’amore per la vita
manachì meni. solo rimane.
Pucambù vjenni Da qualche parte spunterà
en’asteri lamburistò. una stella lucente.

Di taglio marcatamente letterario ed in un’ambito di sperimentazione la collaborazione con il non ellenofono
Ettore Castagna che ha sortito il particolare percorso di Sette Canzoni Orientali dal quale proponiamo una lirica
sul tema della lontananza e del contraddittorio rapporto con la terra d’appartenenza.

Middalo pricìo ene to chumama La nostra terra è una mandorla amara
den to scerome na ghirìzome senza saperlo ne to addismònima cerchiamo l’oblio
Addazi culùri i arghidda tu kerù Muta colore l’argilla del tempo
asce màstora cosmico ftiamèni t ornita da un vasaio cosmico
Middalo glicìo ene to chumama La nostra terra è una mandorla dolce
ena mmeli ti thorùme stin imera un miele che ritroviamo nel giorno
Icòne ti den nnorìzonde èchusi t’astra Le stelle hanno disegni inconoscibili
mènume crimmèni sce merìe macrìe rimaniamo acquattati in luoghi lontani

Cosa leggere sulla lingua greca di Calabria:
– A. Karanastasis, Istoricòn lexicòn ton ellenicòn idiomàton tis catoitalias, 5 voll., 1984-1992
– G. Rohlfs, Lexicon Graecanicum Italiae Inferioris, Tubingen, 1964
– G. Rohlfs, Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria, Ravenna, 1974.
– E. Brighenti, Dizionario Greco Moderno Italiano, Milano, 1927.
– G. Rossi-Taibbi, G. Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, Palermo,
1959
– B. Spano Grecità bizantina (…), Pisa, 1960
– R. Browning, Medieval and Modern Greek, Hutchinson and Co. (Publishers)
Ltd, London, Great Britain, 1969.
– G. A. Crupi, La glossa di Bova, Roma, 1980
– N. Andriotis, Etimologhicò lexicò tis kinìs neoellenikis, Thessaloniki, 1983
– F. Mosino, Storia Linguistica della Calabria, Cosenza, 1987
– F. Condemi, Grammatica Grecanica, Reggio C.,1987
– D. Minuto, La quercia greca, Reggio C. 1974
– D. Minuto, S. Nucera, M. Zavattieri, Dialoghi Greci di Calabria, Reggio
Calabria, 1988
– Tegopoulos Fytrakis, Ellenico Lexico, Athena, 1993
– N. Kontosopoulos, Dialectoi kai Idiomata tis Neas Ellenikis, Athens, 1994
– A. Casile, D. Fiorenza, Ellenofoni di Calabria, Bova M., 1994
– F. Mosino, Dal greco antico al greco moderno, Reggio Calabria, 1995
– M. Katsoyannou, Le parler grico de Galliciano (Italie): description
d’une langue en voie de disparition, These de Doctorat, Paris VII, 1995.
– F. Montanari, Vocabolario della lingua greca, Torino, 1995
– Council of Europe, Report: A Programme of Case Studies Concerning the Inclusion of Minorities as Factors
of Cultural Policy and Action, Council for Cultural Co-operation (CDCC), Strasbourg, 1996
– F. Violi, Lessico grecanico-italiano-grecanico, Bova, 2001
– F. Condemi, S. Nucera, La lingua della Valle dell’Amendolea, Reggio Calabria, 2006
– F. Violi. T. Squillaci – I glossa dikima ja ta pedìa, Il Greco di Calabria per i bambini, 2014
Cosa leggere sulla poesia e letteratura greca di Calabria:
Oltre alle opere edite dei singoli autori citati, per una “visione d’insieme”, l’unica iniziativa antologica di un
certo rilievo sulla poesia greco-calabra è:
– La poesìa ellenofona contemporanea nell’Italia del Sud, a cura di Voula Lambropoulou, Salonicco, 1997.
Segnaliamo inoltre:
– F. Violi, Storia della Letteratura grecanica, Reggio Calabria, 2000